27 feb 2015

l'analisi di Domenico Cacopardo sugli scandali del calcio

di domenico cacopardo
Sono trascorsi diversi giorni dall’incontro tra il sottosegretario Delrio (ora anche saggista con «Cambiando l’Italia»), il presidente del Coni, Giovanni Malagò e il presidente della disastrata Federazione italiana gioco calcio, Carlo Tavecchio, dopo il mezzo scandaluccio provocato dalle incaute dichiarazioni telefoniche del presidente della Lazio Claudio Lotito, sulla possibilità che il club di una piccola città come Carpi «salga» serie A. Parole, quelle di Lotito, che hanno gettato una luce inquietante sul governo calcistico e sulla sua capacità di orientare i campionati.


Un incauto incontro, quello accordato da Delrio, nella qualità di sottosegretario con delega allo sport, ai capi di Coni e di Figc, visto che è stato subito utilizzato come una specie di investitura governativa di Tavecchio per attuare le riforme di cui il calcio avrebbe bisogno. Non si sa quali. Dunque quelle che fanno comodo al signor Tavecchio e ai suoi amici, tra i quali, non dimentichiamolo, spiccano proprio Lotito e Galliani.
Sarebbe stato meglio che Delrio, prima di accordare udienza a Tavecchio, avesse chiesto al suo staff qualche ricerca sul personaggio che stava per ricevere, in modo da valutarne la personalità. Diciamo subito che, osservato sotto il profilo del «rating di legalità», di recente entrato nell’ordinamento (Autorità Antitrust e Autorità Anticorruzione) a tutela delle amministrazioni pubbliche, il signor Tavecchio non riuscirebbe a raggiungere la soglia minima.
La norma sul «rating» stabilisce, infatti, che per ottenere una «stelletta», il minimo cioè, un’azienda deve dichiarare che i soggetti rilevanti ai fini del «rating» (direttore tecnico, direttore generale, rappresentante legale, amministratori, soci) non sono destinatari di misure di prevenzione e/o cautelari, sentenze/decreti penali di condanna, sentenze di patteggiamento per reati tributari ex d.lgs. 74/2000, per reati ex d.lgs. n. 231/2001, per i reati di cui agli articoli 346, 346 bis, 353, 353 bis, 354, 355 e 356 del codice penale e per il reato di cui all’art. 2, commi 1 e 1 bis del d.l. n. 463/1983, convertito dalla legge n. 638/1983.
Carlo Tavecchio, secondo quanto emerge (incontestato) da fonti giornalistiche e dal web avrebbe subito le condanne alla reclusione nel 1970, 4 mesi per falsità in titoli di credito, nel 1994, 3 mesi per evasione fiscale, nel 1996, 3 mesi e 28 giorni per omesso versamento di contributi previdenziali e assicurativi, nel 1998, 3 mesi per omissione o falsità in denunce obbligatorie e 3 mesi per violazione delle norme antinquinamento.
Con questi precedenti, il signor Tavecchio non potrebbe quindi ottenere il «rating» di legalità e non potrebbe concorrere, se avesse un’impresa, ad alcun appalto pubblico.
A integrare il profilo di questo presidente di Federazione sportiva, va ricordato che lo stesso ha dato alle stampe un libro sul calcio: la sua Federazione e altri organismi associati ne hanno comprato un numero imponente di copie. Un’autonoma decisione, ufficialmente non ispirata in alcun modo dall’autore e, quindi, un esemplare esercizio del potere diretto e di quello indiretto.
Se poi, il sottosegretario allo sport avesse fatto allargare lo «screening» ai presidenti delle principali società di calcio, avrebbe scoperto che alcuni di essi hanno precedenti penali, oltre che sportivi.
Rimane un mistero perché tante persone, «normali» e non, ambiscano alla presidenza di una società di calcio, che difficilmente procura un utile adeguato all’impegno che richiede. I maligni guardano al ricco mercato estero che fa preferire un mediocre giocatore straniero a un mediocre giocatore italiano, magari «prodotto» dal vivaio della società che la persona «normale» presiede, una preferenza che permetterebbe le lucrose transazioni sull’estero lontano dagli occhiuti agenti di polizia tributaria.
È questo l’ambientino con il quale Delrio ha preso contatto.
E che s’è ulteriormente deteriorato in questi ultimi giorni con la situazione del Parma calcio, spolpato sino all’osso da una gestione sotto esame della Procura di Parma. Una situazione che getta un’ombra sinistra sulla regolarità del campionato, visto che, da una certa data, la squadra ha cessato praticamente di esistere.
Un ambientino così speciale che Giovanni Malagò, il presidente «rinnovatore» del Coni, accolto con grandi speranze purtroppo deluse, non riuscì a rinnovare, visto che, dopo alcune languide minacce, accettò senza fiatare l’elezione di Tavecchio. Un’operazione, quella Tavecchio, che, tra l’altro, ha condotto alla responsabilità della nazionale italiana un certo Antonio Conte, oggetto dell’accusa di «frode sportiva» nell’atto di chiusura di indagini redatto dalla Procura della Repubblica di Cremona.
Allo stato, dal punto di vista calcistico internazionale siamo quindi messi così: il presidente della Federazione Tavecchio è squalificato per razzismo (qualcosa di molto grave nello sport, per definizione interraziale), il commissario tecnico è accusato di frode sportiva dalla giustizia ordinaria.
Il Coni ha fatto filtrare l’informazione che «non ci sarebbero le condizioni» per commissariare la Federazione gioco calcio.
Delrio sia coerente con gli slogan di Renzi e cambi verso. Si rivolga a qualcuno che ne capisce, per esempio, all’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo di valutare se ci sono gli estremi per il commissariamento. Magari disponga prima un’inchiesta, incaricando la Guardia di Finanza o chiedendola alla Corte dei conti.
È probabile che qualche elemento significativo, tale da suggerire il commissariamento, emerga. Ed è possibile che il semplice annuncio di un’inchiesta induca qualcuno a togliere il disturbo.



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