24 apr 2015

il solito pasticcio....una risposta all'articolo di Domenico Cacopardo

Nessun coraggio frutta senza le utili idee...
Non capisco quale sarebbe questo bell'esempio di democrazia..forse quello operato dall'eroe sindaco d'Italia Matteo Renzi (tanto osannato dal cugino Domenico)??.. Se una mancanza di principio democratico esiste ..è proprio quella di cui abusa lui ed il suo governo !!
Per chi usualmente vede la politica come una competizione calcistica (minoranze contro maggioranze) ..la visione resta bloccata dall'aberrante principio di competizione sportiva..e non condotto attraverso una sana percezione politico culturale …..
Qui non si tratta di subire minacce da una minoranza..ma è in ballo un principio democratico che non potrà mai essere valutato in modo semplicistico come una lotta tra una squadra ed un'altra (minoranza e maggioranza). Qui si tratta di voler imporre una regola primaria dalla quale si definisce un percorso che non potrà avere altre strade se non quella di bloccare un corretto uso dei principi democratici.
E' inutile continuare a far finta di non capire.. poiché il sogno di chi vuol governare sembra essere solo quello di inventare un metodo per ingabbiare in qualsiasi modo un sistema di equa rappresentanza democratica. E' inutile anche buttarla sulla solidarietà tra politica, sindacato e cooperatori e la loro connivenza...come non ha senso idolatrare le capacità del sindaco d'Italia che, pur avendo alcune doti comunicative innate, usa ogni mezzo pur di imperare....tranne quello di ricercare un utile fine attraverso i giusti presupposti di una democrazia.
E' stupefacente la nota di Domenico Cacopardo quando, in riferimento alla nuova legge elettorale, sottolinea i tanti personaggi del passato che, nolenti o non nolenti, dovranno piegarsi... Tra questi vi sono alcuni che hanno sicuramente a cuore la difesa dei principi costituzionali. E poi..piegarsi a che?.. Ad una nuova legge elettorale decisa da un governo che determina la sua maggioranza grazie ad un esoso premio avuto per effetto di una legge elettorale passata fortemente contestata dalla Corte costituzionale? ..Una maggioranza guidata da un segretario del partito e Premier nemmeno eletto?..E' vero... la Costituzione ammette che se vi è una maggioranza in Parlamento il presidente della Repubblica può dare l'incarico..Ma siamo certi che questi principi siano chiari e davvero corretti per quanto riguarda le delicate e fondamentali riforme costituzionali?
Anzichè di coraggio... io parlerei di mancanza totale di idee innovative sul tema!..Ci si accoda alle proposte di un Premier.. non accorgendosi minimamente di quanto non vi è nulla di nuovo sul combinato proposto in ambito di riforme costituzionali ed istituzionali. 
Si vive in proposito in un vuoto totale ... senza porsi mai la domanda più logica di come arrivare ad un fine costruttivo cambiando in senso innovativo un percorso politico che necessita seriamente di un corretto funzionamento. L'alternativa rimane solo ancorata ai modelli esterofili delle contraddittorie democrazie degli altri Stati. Quindi non mettendovi mai alcun contenuto personale attraverso una seria ed utile ricerca...
Dovremmo poter dare esempi al mondo dei veri principi di una democrazia (sia per la nostra storia..che per la conseguente cultura) ed invece restiamo appesi a paradigmi vecchi sui quali pensiamo di far crescere nuove formule. In realtà tutto rimane vecchio proprio per una vecchia forma mentis politica bloccata.
Si continua a non dare seguito ad una vera riforma per il rinnovamento dei Partiti e non si pone il serio problema del conflitto tra i ruoli..crescono perciò le anomalie..e dobbiamo persino ringraziare un Premier chiamandolo coraggioso? E' il solito pasticcio.. di chi con furbizia agisce con determinazione, ma senza vere idee!..Con questa operazione si sta aggirando ogni ostacolo e si sta imponendo una politica assoluta ed assolutista..Altro che deriva autoritaria! Definito il nuovo sistema non vi sarà nemmeno bisogno di un Parlamento poiché il suo scopo non avrà più alcun senso..
vincenzo cacopardo




Il coraggio di Matteo Renzi 
di domenico cacopardo
«Non avrà il coraggio», si sono detti gli esponenti delle minoranze Pd in occasione dell’approvazione del «job act». «Non avrà il coraggio», si sono ripetuti prima della riunione della direzione o dei gruppi parlamentari in vista del voto sull’«Italicum», nuova legge elettorale, e prima che rimuovesse tutti i loro rappresentanti (10) dalla commissione Affari costituzionali che nei prossimi giorni l’esaminerà. Invece Matteo Renzi l’ha fatto. È andato avanti e in virtù di voti nel partito e nelle aule ha continuato il suo percorso riformista, senza lasciarsi fuorviare dalle minacciose dichiarazioni dei Cuperlo e dei Fassina e dello statista di Bettola (Piacenza), Pierluigi Bersani, lo scopritore della Boldrini (insieme a Vendola) e di Grasso.
Per ritorsione (una ritorsione schizofrenica), Forza Italia ha deciso di abbandonare i lavori della commissione stessa, quando, al Senato aveva approvato in commissione e in aula il testo ora all’esame della Camera dei deputati.
Non parteciperanno ai lavori nemmeno Lega Nord, Sel (ma esiste ancora?) e Movimento 5 Stelle. Tutti soggetti che danno al Paese un bell’esempio di democrazia: il senso delle loro contestazioni è che la democrazia c’è solo se la maggioranza si piega a loro, minoranza, o se la minoranza è tale da ricattare con successo la maggioranza.
Che i partiti «aventiniani» abbiano scelto la strada della diserzione è un errore comprensibile, visto che con la nuova legge elettorale non piglieranno palla: introdurrà un bipartitismo tendenziale che, nell’attuale situazione, produrrà una Camera composta dai rappresentati di un partito (che dovrebbe essere il Pd) e tanti sparsi gruppetti elettorali. A dire il vero l’ottica bipartitista era gradita a Silvio Berlusconi che si vedeva unico interprete dell’opposizione «di sua maestà», quella opposizione blanda che gli avrebbe permesso di sistemare le proprie cose imprenditoriali, politiche e giudiziarie. Una prospettiva svanita per la sua denuncia del Patto del Nazareno a causa della scelta di Mattarella per la presidenza della Repubblica e per la scomposizione del suo partito diviso in frazioni più o meno vicine o lontane rispetto a Matteo Renzi, tutte decise, nel concreto, a rifiutare la «leadership» dell’«uomo di Arcore».
Nella realtà dei corridoi parlamentari, l’elemento più eclatante è lo sconcerto dei non pochi componenti delle minoranze Pd, più stupiti che indignati. E lo stupore deriva dalla constatazione che quel «fair play» che teneva unita la «ditta» (la definizione che freudianamente Bersani dette del partito, mutuandola dal soggetto tipico dell’attività commerciale, appunto la «ditta») con Renzi non è più valso, perché lui è un «parvenu» estraneo alla storia del Pds e dei Ds, uniti da un collante postideologico e dall’insediamento sociale di cui era espressione. Pensiamo al sindacato, prima di tutto la Cgil, ma non solo, e pensiamo alla cooperazione al suo mondo di affari e alla sua presenza nel territorio. I grandi ipermercati, l’edilizia popolare e convenzionata, gli appalti pubblici. Una macchina che, nel migliore dei casi, creava solidarietà tra politica, sindacato e cooperatori, nel peggiore complicità e connivenza.
In una organizzazione costruita su questi presupposti, c’è una generale convenienza a misurarsi e a confrontarsi all’interno di quel «fair play» che determina i limiti di ogni azione, pena l’emarginazione e la collocazione nella nota categoria degli insani di mente, coloro che non accettano le regole della convenienza.
Renzi ha dimostrato a tutti che sul piano della solidarietà politica o della complicità di cui abbiamo detto, è un alieno che non teme le minacce della minoranza, che sa gestirla conoscendone le debolezze e batterla ogni volta che ciò gli risulta utile.
Ha dalla parte sua il fatto che il mondo –e con esso l’Italia- è cambiato e che quindi gli stilemi, le parole d’ordine di qualche anno fa non funzionano più.
La grande crisi ha messo la gente di fronte a problemi che le parole della minoranza Pd non esorcizzavano, anzi aggravavano con ricette visibilmente fuori dal tempo.
E la grande crisi ha invecchiato d’improvviso e di qualche decennio coloro che sembravano gli interpreti di un’anima di sinistra che non esiste più com’esisteva, se non in esigui gruppi sociali.
La legge elettorale passerà, non ci sono dubbi. E, da qual momento, ogni giorno sarà buono per sciogliere le camere se Renzi lo riterrà e lo vorrà. In tutti i regimi parlamentari, le elezioni vengono stabilite dai governi. In Italia, in modo anomalo, da qualche presidente della Repubblica ai «bordi» della Costituzione.
E, in effetti, Mattarella non potrà rifiutare il suo assenso, se e quando il primo ministro gli sottoporrà il decreto di scioglimento.
Da quel giorno e dalla nuova consultazione elettorale, inizierà la terza Repubblica, volenti o nolenti tanti personaggi del passato. In essa e con essa ci si dovrà misurare.


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