26 mag 2015

Una analisi di Domenico Cacopardo sulla crisi dell'Occidente

La sensazione è che si stiano scrivendo gli ultimi paragrafi del capitolo che tratterà della crisi dell’Occidente e dell’Europa.
Il panorama internazionale, infatti, denuncia il verificarsi degli effetti dell’inesistente «leadership» americana: il deterioramento dei rapporti Usa-Russia, collegato alla folle idea di trasformare l’Ucraina nella punta avanzata di uno schieramento ostile allo zar di Mosca, rimuovendo, con un «putsch» sostenuto dal movimento neonazista di Kiev, il presidente –regolarmente eletto- Yanukovich per sostituirlo col filoamericano Poroshenko; le contraddizioni insanabili della politica mediorientale, dalla Siria all’Iraq, all’Iran agli Emirati e all’Arabia Saudita. Su questo punto basta ricordare che in Siria, gli Stati Uniti (con Francia e Regno Unito) hanno promosso e sostenuto la rivolta anti-Assad, finanziando, con l’Arabia Saudita e gli Emirati, gli insorti, compresi quelli legati ad Al Qaeda, poi confluiti nell’Isis. Alla fine, cioè oggi, s’è creata una situazione per cui l’America, di fatto sostiene Assad contro i rivoluzionari, terroristi e tagliagole, tra i quali militano 20.000 combattenti occidentali. In Iraq, l’America s’è appoggiata agli sciiti, diventando avversaria dei sunniti, amici di Arabia Saudita ed Emirati. L’esercito iraqeno s’è squagliato, come previsto, e sono rimasti a combattere sul terreno i miliziani iraniani con qualche gruppo locale. L’«appeasement» con l’Iran, in dirittura d’arrivo, aliena le simpatie dell’Islam (sunnita) moderato e amico dell’Occidente, capeggiato dall’Egitto ed esteso alla Tunisia che è in gravi difficoltà, vicina com’è alla fornace libica. Sulla Libia, vogliamo dire qualcosa? Che la colpa, cioè la responsabilità totale, è di Sarkozy (in procinto di tornare in sella a Parigi sostituendo l’imbarazzante Hollande) e di Obama, il primo illuso dall’idea di rimuovere l’Italia e i suoi interessi, prendendo in mano l’economia del Paese, il secondo in cerca di un utopico ampliamento del campo democratico?
Quanto all’Europa, dobbiamo registrarne l’inesistenza politica. Sia nella gestione dei rapporti con la Russia, con la Germania autolesionista schierata nel campo «amerikano», stretta tra la necessità di tenere insieme gli stati satelliti, tutti nemici della Russia, dalla Polonia alla Lettonia, alla Finlandia (che sembra voler mobilitare, nell’attesa di un confronto con i russi) e quella di mantenere una salda «leadership» sull’Unione.
Sia per la questione profughi, per la quale non è stata in grado di definire in tempi accettabili una politica comune, senza distinguo e riserve mentali (nessuno può negare che l’opposizione all’ipotesi in circolazione dei paesi legati alla Germania è un’operazione mandataria, nel senso che, non potendo Berlino dire no, per tanti motivi comprensibili, fa dire no ai suoi amici), subordinate e uscite imprevedibile come quella di Hollande.
Il risultato, dicevamo, è l’inesistenza politica europea e americana. Abbiamo infatti visto come la Russia abbia reagito alle sanzioni occidentali: firmando uno storico accordo economico con la Cina (il più grande mai firmato dalle due nazioni), che ha confinato l’Europa nel ruolo di mesto e impotente spettatore. A margine c’è da ricordare che l’Ucraina è sull’orlo del «default» e che la sua unica via d’uscita è un corposo intervento europeo.
Alle questioni internazionali si aggiungono i problemi interni. Va certificata la gravità della malattia europea, indotta dalle politiche sbagliate di Bruxelles, condotte sulla linea imposta da frau Merkel. È lei il più grande fallimento politico dell’Unione, per l’egemonia tedesca e per il modo in cui s’è realizzata, con la colpevole acquiescenza dei governi nazionali, a partire dall’Italia. Una politica interna (comunitaria) che ha portato povertà e malcontento, e che non prevede in tempi ragionevoli un corposo recupero dell’occupazione, a parte, appunto, la Germania e paesi satelliti. Dobbiamo sapere, per esempio, che ogni problema che si presenta nell’armatura industriale italiana è un’opportunità per quella tedesca.
C’è da dire che anche la Bce meriterebbe una discussione approfondita, senza esclusione per l’era Draghi, tacciato, forse a ragione, di esprimere una visione che è utile soltanto per il mondo della finanza. Le prime indiscrezioni dicono che le banche (anche italiane) registreranno nel 2015 profitti mai visti, mentre la situazione sociale delle nazioni degraderà ulteriormente.
In questo contesto c’è la Grecia che non pagherà le rate del debito in scadenza e la Spagna, nella quale si affermano alle elezioni i movimenti antieuropei. Non aggiungo la parola populisti, perché il clima è proprio cambiato. Una politica europea non equilibrata, distruttiva, non solo ha aggravato la crisi, approfondendone i termini, ma ha contribuito a creare la sensazione di un’Europa oppressiva e persecutrice.
L’esempio greco dimostra che il cambiamento di linea di Tsipras non ha funzionato e che, quindi, s’è aperta una voragine, nella quale precipiterà la Grecia e, con essa, la speranza europea. Se in Spagna la marcia di Podemos continuerà, nonostante il miglioramento del Pil, aspettiamoci una rottura insanabile con Bruxelles.
La verità vera è che se l’Unione non è fertilizzata dal consenso popolare, è destinata a dissolversi con un tonfo i cui effetti economici e politici investiranno tutto il secolo.
Sembra un destino atroce: a cento anni dalla Prima guerra mondiale, l’Europa, almeno con le persone che, attualmente, la dirigono, si trova davanti a una crisi irresolubile, occupazionale, economica e di consenso.
Non ci sono le condizioni per uscirne. Purtroppo, vegeteremo nella stagnazione: si aggraveranno i contrasti infraeuropei e nelle nazioni. La tirannia di Bruxelles sta arrivando al capolinea, con l’Italia impotente e succube.
Domenico Cacopardo


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