14 giu 2015

Una critica al nuovo articolo del consigliere Cacopardo

Io..almeno non credo di appartenere a quella categoria degli "emarginati dal fiume della storia e della contemporaneità"..a cui fa riferimento Domenico che continua a dare credito alla politica del sindaco d'Italia.

Non è per partito preso sul fatto di non voler credere ad un rinnovamento, ma come già ripetuto mille volte in questo Forum, la questione rimane sul merito stesso di tali riforme: Al di là del metodo assai poco ortodosso sul quale si è proceduto fino ad adesso.. attraverso anomalie macroscopiche ed infiniti colpi di fiducia, quello che non si può accettare è proprio il fatto di relegare un sistema di democrazia ad un ruolo che non gli appartiene e portarlo avanti con la naturalezza di una ipocrisia fuor da ogni limite.

Le sensazioni a pelle, formulate da Domenico Cacopardo, relative ad "una comitiva di nemici dell’ammodernamento di uno Stato intorno al quale sono vissuti e hanno prosperato in posizioni parassitarie", non giustificano, a parer mio, nemmeno il metodo assai poco democratico condotto con quell'assolutismo.. tanto osannano dallo stesso Domenico.

Ma entrando nel merito e rispondendo ad una domanda che lo stesso Domenico si pone: Possiamo davvero avere l’onestà di riconoscere che si sia rimesso in moto il Paese con riforme coraggiose? Chi può sostenere a priori che un sistema bipolare... in chiara direzione bipartitica.. potrà portare la politica ad un rafforzamento dei principi di una democrazia? Chi può esser certo che togliendo di mezzo una Camera.. rendendola non elegibile, si potrà sostenere un sistema migliore? Chi può credere che il lavoro possa aumentare per via di una regola che offre solo risorse temporali alle aziende, ma nessuna certezza sullo sviluppo futuro? Chi può sostenere che la scuola possa sostenersi attraverso una riforma che mira ad un adeguamento simile un sistema aziendale, senza curare alcuni aspetti più profondi del sistema di apprendimento? Chi può mai pensare che il Mezzogiorno, assai poco considerato da questo governo, potrà ancora avere possibilità di sviluppo?

Renzi ha parlato tanto di rottamazione..e non ha rottamato per nulla, ha disquisito abbondantemente sui risparmi e non si è procurato di riformare sulle cospicue entrate degli onorevoli e le spese della politica, ha sottolineato l'importanza di un'azione etica della politica e non si è preoccupato, con opportunità, di non candidare alcune figure....

Sono alcune delle tante domande che dovremmo chiederci, ma se restiamo immobili nel considerare che.. chi è con Renzi è un riformatore.. e chi non condivide il merito di queste sue riforme.. è un gufo...allora siamo al continuo gioco delle parti che non troverà mai fine! Se poi..con la solita retorica..si vuole continuare a ripetere che questo è l'unico modo per risolvere la questione..allora meglio buttarsi su un regime di dittatura e non fingere più con la "teoria" della democrazia!

Le nuove proposte di Fabrizio Barca sulla natura del Partito e sulla divisione tra il ruolo di premier e quello di segretario di Partito (questioni che nel mio Forum ho già messo in evidenza e trattato diverse volte) potrebbero essere un inizio migliore per poter dare più solidità e credibilità a qualsiasi altra operazione di base riformista.

Per ciò che riguarda le riforme Grilline..tra cui.. quella relativa ad uno pseudo reddito di cittadinanza.. ho già detto e scritto in abbondanza!
Vincenzo cacopardo


E c’è una cosa inaccettabile, è il salire in cattedra per attaccare con argomenti frusti che risalgono all’età della pietra democratica Renzi e il suo tentativo di mettere in movimento il Paese.
Non che non abbia risparmiato critiche al nostro primo ministro e su tanti fronti, dalla scelta delle persone al caoticità delle iniziative ad alcune insanabili contraddizioni sui contenuti delle sue proposte e sul suo atteggiamento sulla questione morale. Ma che, dalla riunione semisansepolcrista di Coesione sociale, una specie di club per vecchie glorie ormai in panchina e per gente emarginata dal fiume della storia e della contemporaneità.
Formule e slogan vecchi e inattuabili, petizioni di principio senza principi rendono poco credibili per peccato di irrealismo i propugnatori di una poco plausibile «coesione».
La sensazione, a pelle, è che si tratti di una comitiva di nemici delle riforme e dell’ammodernamento di uno Stato intorno al quale sono vissuti e hanno prosperato, insediati in ricchi parcheggi genere «authority» o, comunque, in posizioni parassitarie.
«Tutto meglio che lavorare», hanno detto in tanti a proposito del mestiere di giornalista e lo si può ripetere per tanti altri lavori che sono prosperati nel periodo delle vacche grasse, per i quali non c’è ormai spazio.
Al succo, la questione è semplice: la società contemporanea italiana non produce margini tali da consentire le vecchie dissipazioni, l’esercito di persone che vivono e mantengono le famiglie con la politica, le legioni di assistiti, di finanziati, di imboscati in associazioni senza apparente scopo di lucro, ma con concreti scopi di rapina e furto.
Al di là della volontà dei governanti, non ci sono soldi per proseguire o per inventare nuove formule dal reddito di cittadinanza al salario minimo garantito.
Senza invocare i sacri padri del liberismo (che hanno sostenuto a ragione che l’assistenza assopisce e uccide l’iniziativa e l’aspirazione al lavoro e alla crescita), basta esaminare il bilancio dello Stato italiano per scorgere un insuperabile disco rosso.
E occorre aggiungere che le colpe di questa situazione risalgono al passato remoto, quando iniziò lo scasso del bilancio per le necessità di una precaria pace sociale nella quale s’era impegnato il governo Andreotti (1976) dalla nonsfiducia del Pci, all’appoggio aperto comunista in quello che si chiamò il compromesso storico.
Poi, in tanti ci misero del loro, ma la risalita del debito pubblico s’impennò negli anni ’90, con ancora Andreotti e, poi, per le avventate decisioni del governatore della Banca d’Italia Ciampi (per una sanguinosa difesa della lira) e ancora dopo, con Berlusconi, sino alla decisione del duo Prodi-Damiano di controriformare il sistema pensionistico, aggravandone il deficit.
Ora, giugno 2015, non dobbiamo tacere o nascondere sotto il tappeto gli elementi critici di un governo e di un premier inadeguati all’attualità.
Ma dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che, nonostante i limiti, hanno rimesso in moto il Paese con riforme coraggiose che vanno sostenute. Anche quella della scuola, che ha costituito la pietra dello scandalo e che è stata evocata dai «coesi sociali», costituisce un passo avanti, non definitivo, sulla strada per trasformare l’istruzione da diplomificio organizzato per i professori a opportunità formativa reale e concreta per milioni di giovani che debbono essere resi bravi come sono gli altri giovani delle nazioni sviluppate e non.
Non credo nella marcia indietro di Renzi sul tema scuola. Credo in qualche aggiustamento che tenga conto non tanto delle necessità reali del sistema quando della realtà degli schieramenti in campo e, quindi, del realismo necessario per andare avanti.
Sulla geometria variabile, infine, mentre nere nubi si addensano su Angelino Alfano per i suoi rapporti con Castiglione, il sottosegretario indagato, dobbiamo ammettere serenamente che non è nelle disponibilità di Renzi procedere a una rottura immediata e profonda con quel pezzo di Pci-Dc-Pd che è compromesso in Roma capitale e che ancora controlla vaste zone e vasti ambienti di militanza dura e pura.
È la voglia di vedere il Paese in marcia, in ripresa, in rilancio che ci può far dire che, a dispetto di gufi e di errori, la strada delle riforme deve essere percorsa sino in fondo. E se l’autista ha una macchina scassata, una patente fresca, e una scarsa abilità di guida, è l’unico che ha il volante in mano.

Domenico Cacopardo

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