22 giu 2012

Studio e ricerca delle nuove contrapposizioni politiche



Vecchie contrapposizioni e nuove teorie per un percorso innovativo di ricerca per la funzionalità della politica

“premessa”
Già da parecchi anni la politica stenta a dare forza ad un processo funzionale del nostro Paese. Da quando scrissi il mio piccolo libro “La politica ed il cambiamento” nel quale avevo già messo in evidenza tutte le difficolta' di un sistema bipolare troppo anticipato nei tempi, rispetto ad una Repubblica edificata sul centrismo democristiano, sono passati parecchi anni. Nel trascorrere di questi, ho approfondito con l’esclusivo senso della partecipazione, la possibilità di altri percorsi più inerenti al processo di una veloce modernizzazione.
Sono idee teoriche poste come ricerca per il riscontro di un alternativo sistema che, da troppo lungo tempo, si basa sulle ormai poco costruttive posizioni antitetiche sinistra –destra.

Nello studio…si ricerca la strada di un progetto di innovazione della politica rivolto verso una specializzazione dei ruoli  (induttivi-deduttivi) dove la parola chiave dovrebbe essere “funzionalità”, come sinonimo di efficienza ed innovazione ma anche intesa come teoria secondo la quale, la funzione di ognuno, ha una importanza predominante sulla evoluzione stessa.
Uno studio che vorrebbe basarsi su un principio di specializzazione e di suddivisione del lavoro.
Sappiamo bene che la politica per muoversi deve far uso delle istituzioni e  queste non possono non essere riviste e rinnovate seguendo un cambiamento imposto da una società che si innova.
La evidente dicotomia che scaturisce in un sistema come il nostro, che per Costituzione rimane di principio Parlamentare, fa si che possano automaticamente sorgere contrasti i quali, non favoriscono lo sviluppo naturale di una vera politica costruttiva. Quella simbiosi politica evidenziata nel Diritto Costituzionale, affinché ambedue i poteri potessero camminare in sinergia, per far sì che si costruissero assieme leggi, programmi e relative mansioni amministrative, si è persa poiché vittima della mancanza di valori fondamentali ormai spariti.
Alcuni programmi esposti in sede di elezioni vengono esclusi o non inseriti nei tempi dovuti, altri, scaturiscono in un gioco di condizionamento in corso d’opera che ne cambia il senso e la volontà espressa in un primo momento. Il risultato di tutto ciò è sempre un brutto ed inaccettabile compromesso. Da qui l’esigenza di dover distinguere i ruoli persino in termini di carriere.
In base a ciò.. sembra, quindi, più che necessario dover guidare un processo di modernizzazione della politica che parta dai principi di una giusta funzione della dottrina. Un percorso più efficiente che possa esser costruito col dialogo ed insieme ai cittadini, ma che possa anche definire un ruolo amministrativo più concreto e sicuro.
Un rivoluzionario cambiamento che potrà vedere anche territorialmente competenze diverse lasciando alle regioni una politica di indirizzo seguita dai ruoli parlamentari ed ai comuni (che necessitano prevalentemente di strutture e servizi).. un’unica politica seguita dai ruoli amministrativi.


Percorsi innovativi per il cambiamento

L’idea di poter dividere in modo più deciso le funzioni del potere legislativo da quello esecutivo, affidando ruoli separati per tutto l’arco della legislatura, non è sicuramente gradito alle forze politiche odierne: Il fatto di non poter dare contestualmente voce ed esecuzione alle loro azioni, li vedrebbe sottoposti in uno strano compito che non riuscirebbero a percepire positivamente. La maggioranza di loro si opporrebbe di certo ad una idea simile, ritenendo impossibile creare un ambito in cui chi governa e decide un programma, non viene contestualmente inserito in quella opera di costruzione delle leggi, essenziale per la determinazione progettuale di ciò che si vuole realizzare. Rimane comunque, il fatto che proprio ”un programma”, in via preventiva, non può non essere  vagliato, discusso, partecipato ed infine votato dagli stessi cittadini.
La visione odierna è certamente legata ad una condizione che lega in modo assiomatico il compito del politico nel suo genere: Una concezione che parte dal principio che chi governa, oltre a decidere, deve essere in grado di definire le normative. Un concetto legato ad una politica determinata nel passato, in cui si aveva una visione alta dei suoi valori, suggerendo costituzionalmente un armonico raccordo tra i due poteri, al fine di una costruzione più utile e corretta.
Ed è proprio questa la base di partenza sulla quale si potrebbe porre qualche riserva, poiché non è detto che, oggi, questa procedura possa essere quella giusta per determinare la funzionalità e la concretezza delle proposte. Anzi, partendo dall’alto, ogni proposta, finisce spesso con l’essere bloccata o distorta in via parlamentare. Al contrario, poi, attraverso la molteplicità dei decreti o le richieste di fiducia, si svilisce notevolmente il lavoro dei parlamentari.

Nel sistema che ancora oggi si vuole di democrazia, si è ormai creata una anomalia di chi governa in contrasto con chi legifera. Tanto estesa e ricca di compromessi, questa anomalia, determina una apparente e, non più realistica organizzazione democratica. La vera democrazia soffre e porta il cittadino ad una  possibilistica visione futura di un sistema più duro e deciso, ma almeno più stabile, assai vicino ad una dittatura. Nel nostro sistema di democrazia parlamentare, si pretende oggi, una più stabile governabilità e, a volte, irragionevolmente, non si accetta che chi governa si possa sottoporre al consenso di un’aula parlamentare.
Appare logico, quindi, che a difesa dell’istituzione democratica del Paese, si debba assolutamente limitare il campo dei compromessi, cambiando radicalmente alcuni principi che partono dallo stesso testo della Costituzione.  Sembra fondamentale seguire un iter di metodo facendo partire le proposte dalla base logica di chi fa ricerca proponendosi attraverso il dialogo col cittadino, ossia il vero politico parlamentare, eletto nella propria comunità. Proposte che poi, supportate nel merito e nella determinazione, in un percorso esecutivo, possano essere affidate ad altri.
Sappiamo quanto possa sconvolgere oggi un cambiamento così radicale tanto da separare i ruoli ma, credo che questa trasformazione appare oggi suggerita dai tempi e da una esigenza legata al mutamento dei valori che impongono tutto ciò, per una logica  difesa di un efficiente sistema democratico. Il vero problema si pone, invero, nel trovarne il modo, in un meccanismo come il nostro che appare tanto bloccato nei cambiamenti, quanto fermo nella ricerca e nel metodo delle nuove idee. Ma quali potrebbero invece essere, in alternativa, le trasformazioni possibili, se non quelli di condurci matematicamente verso sistemi più duri?


Per ovviare a questi, bisognerebbe salvare le regole principali su cui si basa una sana democrazia e cioè;quella di partire da una base del consenso espressa dai cittadini, non tanto per le candidature, ma soprattutto per il programma. Se muore un Governo, se ne fa un altro, ma se dovesse morire un Parlamento, sarebbe la fine di una democrazia. Quindi il primario lavoro di chi vuole operare nel campo della politica costruttiva, dovrebbe essere quello di lavorare bene per un sistema di democrazia moderna e di attualità oltre che funzionale.

Ecco la ragione per la quale la responsabilità del programma deve essere prevalentemente dei cittadini attraverso il contatto con i propri Partiti (debitamente riformati da regole più consone e funzionali al loro lavoro). Il problema delle candidature rispetto all’importanza del programma risulta secondario e sicuramente più legato a precisi meriti amministrativi. 

Potremmo quindi affermare che proprio per salvaguardare le decisioni dei cittadini, l’idea di ciò che si vuole realizzare, ossia la progettazione di base del programma, dovrebbe non essere affidata ad un Governo, ma alle decisioni degli stessi cittadini. Al Governo dovrebbe essere affidato il compito di eseguire il programma deciso per consenso dai cittadini, come esecutore razionale che può, forse, partecipare nel metodo, ma non entrare nel merito, se non per motivi particolari. 

Alla classe politica parlamentare, dovrebbe invece spettare il compito di analisi e studio della ricerca in rapporto con i cittadini per avviare e definire lo stesso programma.

Per conservare i valori di una sana democrazia nel nostro Stato, questo deve sicuramente rendersi confederato, ma deve poter crescere attraverso un programma suggerito dai Partiti ispirato ed espresso attraverso il consenso dei cittadini, i quali non potranno in seguito lamentarsi delle scelte volute dalla loro stessa maggioranza. Si tratta quindi di coinvolgere i cittadini soprattutto sul tema del programma, studiato in partecipazione con i Partiti, più che sul voto da dare ai singoli politici parlamentari. Come, al contrario, a chi dovrà amministrare, sarebbe più logico dare un consenso per le qualità e le capacità al di là del programma che dovrà eseguire.

Abbiamo oggi uno Stato democratico repubblicano, ammantato di  falsa democrazia ma, in realtà, costruito su una oligarchia dei Partiti che, un domani, dovrebbe  trasformarsi in uno Stato democratico federato edificato sul programma dei cittadini.

Per i ruoli amministrativi si potranno persino ricercare due figure, l’una in ruolo di verifica della linea di governo, l’altra in un ruolo tecnico per le normative di metodo per lo svolgimento del programma. Ambedue avranno un compito di costruzione operativa e di controllo.
Per definire bene e con logica un percorso costruttivo, occorrono però regole chiare anche sulla divisione dei poteri, al fine di poter trovare una giusta sintesi funzionale costruita su elementi culturali che abbiano un’importanza predominante sulla evoluzione stessa della politica. Uno studio organizzativo che, come già suggerito, non potrebbe non basarsi su un principio di specializzazione e di suddivisione del lavoro.
  
 Le contrapposizioni politiche


Credo che qualunque sistema odierno che pretendesse di assumere in se il pluralismo di una politica di base ed una governabilità stabile, non potrebbe che trovare enormi difficoltà per il contrastante aspetto derivante dalla diversa funzione di queste due “azioni”.
Il problema assai discusso della separazione delle carriere tra il giudice ordinario e quello requirente, viene oggi posto come una soluzione indispensabile per sciogliere il nodo di un possibile compromesso fra i due ruoli della giustizia. Lo stesso problema, rapportato alle differenti funzioni della politica, dovrebbe spingere la ricerca di una soluzione per il compito da assegnare ai singoli politici, ispirando una più chiara differenziazione tra il ruolo legislativo e quello esecutivo, anche in termini di carriera.
Una divisione più marcata dei ruoli tra potere esecutivo e legislativo, oggi, occorre in modo evidente. Sembra che una moderna politica quasi la imponga come difesa di valori che sono differenti in termini di metodo, logica e qualità.  Chi opera in campo legislativo non potrebbe che rendersi il più possibile estraneo a qualunque azione esecutiva, proprio perché più spesso la sua azione viene troppo condizionata da interessi anche di partito e tipici di qualunque potere governativo.
Del resto il potere esecutivo racchiude in se una logica chiara, pragmatica e ben precisa: governare, e cioè amministrare un Paese. Un’azione che deve avere indirizzi precisi ma che non può ottemperare solo ad una richiesta politica assunta dall’alto. Per far ciò, bisogna far uso di regole provenienti dal basso che un altro distinto potere dovrebbe fornire. Ecco perché si auspica da parte di ogni amministratore la competenza necessaria in ordine a ciò che si deve amministrare ed ecco la ragione per la quale sembra opportuno far si che questo compito venga demandato a figure tecniche e professionali di grandi capacità realizzative.
Tuttavia l’equilibrio suggerisce una chiara divisione di questi ruoli spettanti alla politica attraverso due azioni: L’una   “induttiva” che lavori insieme e per conto dei cittadini ed un’altra “deduttiva” , che realizzi i desiderati bisogni.
Si legifera e per questo si governa! Ma l’attuale modo di governare e legiferare insieme, con i moderni sistemi di sintesi imposti dai Partiti, sta sottoponendo tutto il nostro sistema politico istituzionale ad un orribile spettacolo che rischia sempre più di compromettere ogni azione di vera “funzionalità”  della politica.
vincenzo Cacopardo

Le vie del pensiero nella società che avanza



             
"libera interpretazione sul pensiero"
di vincenzo cacopardo

Il pensiero rende possibile fatti complessi attraverso un proprio modo di misurarne il peso e quindi di valutare..ma è anche presupposto di idee e concetti, riflessione e concentrazione della mente.
Nella filosofia più moderna è identificato come “processo conoscitivo”, mentre in quella classica si distingue in pensiero “discorsivo” (nel quale ogni coscienza procede per mezzo dei concetti) e “pensiero intuitivo” (momento in cui il soggetto ha una conoscenza immediata dell’oggetto). Nel senso più scolastico della società attuale, il pensiero viene associato a quello discorsivo, negando così, ogni comprensione immediata dell’oggetto.

Questa premessa ci spiega il perché, nella odierna società, con la forza di un pensiero recepito in modo prettamente discorsivo, si sia sempre di più limitata una visione immediata ed intuitiva tendente a sviluppare le idee e generare, di conseguenza, alcuni limiti all' innovazione.
Al contrario le potenzialità del nostro pensiero sembrano essere immense! Possono essere ridotte per cause naturali dovute al particolare DNA ma, anche per l'assenza di una dote innata capace di impegnare la mente in direzione di un mondo fantastico che spinge oltre il comune modo di vedere.

Quest’immensa potenzialità che valorizza l’uomo, sembra comunque essere vigilata da poteri forti costruiti nella storia che non sempre concedono di impegnare la mente al di là dello svolgersi della vita comune, poiché ciò potrebbe creare destabilizzazione e danneggiare notevoli interessi: Poteri occulti che tendono a distrarre la mente umana proiettandola in direzione di un futile mondo edonistico riuscendo in tal modo ad imporre un certo distacco dalla sua profondità. Se da un lato tutto ciò potrà sembrare logico proprio per la difesa dei valori e di una morale costruita nel tempo: famiglia, leggi, rispetto reciproco, giustizia, vita di società etc.., da un altro punto di vista non può che risultare una chiusura in direzione della crescita dell’essere umano predisposto ad un percorso esistenziale più definito nella propria vita…. ed ogni percorso della vita dell’uomo diviene sacro nel rispetto ad una società nel suo insieme..anche se questa appare sempre più devastata dalla stessa umanità.
L’uomo si è sempre posto una domanda sullo scopo della propria esistenza: Quale la ragione ..quale il compito..quale il fine di una vita che spesso inganna e spinge a tradire persino i buoni propositi ed i propri sentimenti. Se dovessimo non poter controllare per istinto ogni reazione, ci renderemmo violenti l’uno con l’altro.. Ecco la ragione per la quale, nel tempo la società si è istintivamente resa più consapevole ponendosi delle regole. Potremmo certamente asserire che questo è stato un meccanico processo di reazione, restando pur sempre “il pensiero” sul quale si muove l’essere umano, qualcosa di incontenibile che prende anche strade oscure nella eterna ricerca di una propria esistenza.
Questo dono della mente, anche se non può esservi certezza, sembra per l’uomo una sorta di contatto con un’entità superiore poiché appare come qualcosa di incontenibile..qualcosa che spesso sfugge al nostro umano controllo… può prendere vie paradisiache che portano a sensazioni elevate, come può far spaziare in riflessioni terrene più tangibili, emozionali e poetiche facendo, in tal modo, provare suggestioni continue che potrebbero avere poca o nessuna corrispondenza col mondo divino. Questa dualità sembra dunque inserita nel dono naturale di cui l’uomo è in possesso…. Tuttavia quando ci viene regalato un simile prezioso dono, non si può che accettarlo ed usarlo in profondità..in coscienza e con tutto il sentimento.

Il pensiero è un immenso regalo resoci da un’entità superiore che sembra muoversi libero poiché, pur compreso in noi stessi, resta incontrollabile. Ma questo immenso dono rimane sempre un mistero per noi piccoli esseri umani ed ogni mistero può essere un’arma anche pericolosa se non usata con equilibrio…E qui nasce una domanda più che legittima oltre che umana: - fino a che punto si può e si deve dominare il pensiero? ..Se è vero che il pensiero risponde a regole che noi non riusciamo ancora a percepire, è anche vero che risulta assai difficile dominarlo. Potrebbe sfuggire viaggiando nell’inconsapevolezza senza che si possa far nulla per contenerlo o…forse, dovremmo essere in grado di poterlo governare?…Ed allora... per quale ragione abbiamo ricevuto questo importante dono, costringendoci poi, a non farlo spaziare liberamente?
Sono domande logiche ma che non tutti si pongono in profondità…..Probabilmente molti non lo fanno perché fortemente dominati da un materialismo che li ha resi pragmatici riducendo irrimediabilmente la loro sfera immaginaria. Tuttavia non sappiamo veramente se tali individui possano essere svantaggiati rispetto ad altri nell'odierna società che parrebbe dare loro ragione per affrontare meglio un processo di modernizzazione che sempre più spesso non consente alcuna forma di pensiero: Sono ormai in tanti che vivono la loro esistenza in un percorso meccanico in direzione di una sopravvivenza sostenuta da una quotidiana..quasi asettica..realtà.
Ma l’uomo non è forse diverso dalle altre specie proprio per il suo pensiero? Se così è, la società dovrebbe essere strutturata a beneficio ed in favore di uno sviluppo della libera immaginazione! Con ciò, non si vuole sostenere a tutti i costi ogni illimitata e degenerata libertà ma, sottolineare l’importanza qualitativa che può avere uno sfogo del mondo immaginario nella costruzione personale e sociale del singolo individuo. Le domande sulle quali riflettere, quindi, restano sempre le stesse: Come si può controllare un pensiero facendo sì che esso non degeneri in dissolutezza, il vizio o la depravazione umana? Fino a che punto il pensiero, nella sua costruzione immaginaria può risultare utile e positivo?


Se un uomo, provvisto di un equilibrio, col proprio immaginario, riesce a toccare il massimo dell’edonismo, difficilmente non potrà percepire l’importanza di un pensiero rivolto verso un mondo spirituale divino ... più facilmente potrà distinguerne la differenza e trovarne quella simbiosi utile per la ricerca e l’individuazione della propria esistenza. Non si capisce, o forse si capisce fin troppo bene, la ragione per la quale la società sembra in assoluto sostenere l’importanza di un confine del pensiero umano, né..di contro.. la ragione per la quale l’umanità si rende sempre più ipocrita nel non riconoscere gli sconfinati spazi licenziosi del proprio immaginario..Una riflessione importante deve essere quella di capire fino a che punto il pensiero resta estraneo ad ogni controllo umano. Nella concezione umana più realistica sembrerebbe avere poche possibilità di controllo, benché l’uomo abbia possibilità di ispezione ed un libero arbitrio sulla sua finalità e su tutto ciò che esso può determinare rispetto ad un etica costruita sulla morale contemporanea.
Quando noi, nella nostra solitudine, senza essere condizionati dalla realtà e dal suo frenetico andamento, riusciamo ad immedesimarci in noi stessi rinchiudendoci nella cornice della nostra mente, possiamo provare strane sensazioni che esaltano lo spirito. In quel momento anche il processo fantastico può esaltarsi spingendoci nella direzione di inspiegabili percezioni dove la fantasia prende piede in base alla personale sensibilità dell’individuo.
E' tuttavia importante premettere che non tutti gli individui riescono ad avere le stesse percezioni ed immedesimazioni.. quindi, non potrà mai essere scontato che in ognuno possa esservi una visione fantastica profonda ed uguale. Così come nessuna fantastica visione potrà mai avere la stessa intensità di un'altra. Si può dire che il pensiero, per cause ancora sconosciute, ci guidi e sia in grado di condizionarci.. e quando sembra poterci spingere verso strade ambigue, si è in grado di arginarlo per via di una morale terrena che tende a dirigerlo verso altre direzioni.
La domanda da porsi adesso è quella di una convinzione che, la morale terrena odierna, possa essere in assoluto, il giusto guardiano del nostro pensiero... Se, quindi attraverso essa, può raggiungersi un equilibrio in grado di rendere tranquillità al nostro pensiero e fino a che punto la libertà resaci dal dono dell’immaginazione, debba essere frenata da una morale terrena.

Ed eccoci, quindi, arrivati alla domanda più importante e cioè: E’ giusto lasciare la massima libertà al nostro pensiero cercando di non frenare alcuna immaginazione seppur col pericolo che possa degenerare? Per poter rispondere meglio a questa domanda bisognerebbe analizzare anche quando il pensiero si immedesima nella fase opposta in cui, compenetrandosi in modo sublime in una ricerca di una entità superiore, si tende ad esplorare un mondo superiore..quello spirituale.. in cui l’animo si esalta ed il corpo diviene quasi del tutto inesistente: E’ la fase della sublimazione in cui l’essere umano tende a staccarsi da ogni forma di materialismo proiettandosi, senza alcuna percezione, in direzione di un mondo irrazionale di sublimazione. Una sublimazione inversa da quella che si determina quando il nostro pensiero si sofferma sul materialismo più sfrenato: Un pensiero più facilmente arricchito da visioni realistiche messe giornalmente in evidenza dallo sfrenato consumismo e l'eccessivo liberismo, che portano l’individuo in direzione di un immaginario smodato che può anche degenerare.
Ciò premesso si evidenzia come la sublimazione dello spirito non debba per forza vedersi opposta ad una sublimazione materialista del corpo: Si può esaltare lo spirito e contemporaneamente esaltare i piaceri del corpo. Si dovrebbero elevare ambedue i piaceri col dovuto equilibrio senza mai vederli antitetici.
Quindi a riguardo..si può lasciare il pensiero libero di spaziare per le vie celestiali della sublimazione divina dello spirito, come in quella del più crudo sentimento terreno, e dei piaceri del corpo: Se è vero che l’uomo è stato posto in questa terra per una sopravvivenza in vista di un fine spirituale, è anche vero che è stato provvisto di un corpo, delle sue sensazioni e di tutta la sua parte antropica per poterne godere a suo piacimento. Il confine rimane contenuto nel rispetto reciproco e quindi senza l'uso di alcuna violenza. Ed è proprio sull’ argomento della violenza che la morale cristiana dovrebbe incidere con più forza verbalmente e non, sulla libertà di dare sfogo ad un libero pensiero.
Nessuna azione può mai ritenersi libera se non tiene conto del rispetto che si deve al prossimo, quindi non può mai essere svincolata da ogni presupposto della non violenza. Nel nostro pensiero questo confine può però essere spezzato, in quanto, nel segreto di esso, si può superare qualunque ostacolo, paradossalmente anche quello del sopruso. Nel proprio pensiero qualunque azione sembra permessa poiché può non essere ostacolata restando imprigionata nel nostro immaginario.. ma nella realtà, la visione empirica ed il nostro stesso animo, possono e devono condizionarci.
Quando il pensiero, assai libero, confluisce nel massimo dell’immaginario può defluire nel massimo della dissolutezza. Il pensiero, buono o cattivo che sia, alimenta sempre un’immaginazione utile per la ricerca di noi stessi e fa sì che l’essere umano possa meglio identificare la propria esistenza in rapporto con un mondo superiore..L’importante è avere avuto il dono dell’equilibrio che consente di non mettere mai nella realtà ciò che consapevolmente può portare dolore a se stessi e violenza agli altri. Questo fa dell’uomo la differenza con la bestia. Se un uomo, provvisto di un equilibrio, col proprio immaginario, riesce a toccare il massimo dell’edonismo, difficilmente non potrà percepire l’importanza di un pensiero rivolto verso un mondo spirituale divino, più facilmente potrà distinguerne la differenza e trovarne quella simbiosi utile per la ricerca e l’individuazione della propria esistenza.
L’uomo è stato costruito con un corpo ed una mente ed ognuno ha un proprio pensiero ed un immaginario diverso dagli altri. Ciò impone un esame per individuare se esiste una ragione per la quale questa differenza, che può anche arrecare difficoltà nel comprendersi, sia stata posta per bisogno ad un principio di scambio necessario per la costruzione di una società più articolata o se invece sia frutto di un percorso naturale che non tiene conto di alcuna motivazione. Nella concezione cristiana vi è sempre una motivazione che offre una giustificazione alla immensa opera dell’entità superiore. Per un agnostico, non è dato sapere quale sia questa motivazione, ma sicuramente nella fattispecie, si potrebbe tradurre nel beneficio di una più ampia dialettica.. piena di scambi e idee diverse, tali da poter rendere il dialogo tra gli uomini più vivace ed attivo.

L’uomo ha bisogno di pensare in quanto, ogni suo gesto, viene suggerito proprio dalla mente ma, la riflessione ed il peso che si frappone in ogni sua azione, lo condizionano nel suo stesso agire. Eppure non tutti rispondono allo stesso modo…non tutti vengono condizionati alla stessa maniera…non tutti riflettono allo stesso modo..non tutti pensano alla medesima maniera… La diversità del pensiero riesce però a determinare una limitata e chiara differenza nei caratteri, nelle relazioni e nello sviluppo delle politiche sociali e questa diversità non può che arricchirci.





6 giu 2012

La politica e la sua funzione



PREMESSA

LO SPIRITO DELLE LEGGI E LA FUNZIONE DELLA POLITICA




Quando nel 700, Charles de Montescquieu con “lo spirito delle leggi”, uno dei capisaldi del liberalismo, attribuì alla separazione dei poteri il concetto di libertà precisando l’importanza del loro reciproco equilibrio, pose le basi di una politica che ebbe grande influenza sulla costituzione francese e americana. Egli fu magistrato, ma anche profondo e lungimirante studioso della politica e dei temi sociali affrontati con forte spirito analitico. Scrisse anche del rifiuto dei dogmatismi nel senso che i fatti umani devono spiegarsi e risolversi in modo umano.
Questa ricerca, che fa riferimento al suddetto personaggio, spinge ad analizzare con equilibrio ma anche in chiave più moderna i temi della politica.
Dalla sua considerazione che il "potere assoluto corrompe in senso assoluto”, la condizione essenziale ed oggettiva per l'esercizio della libertà del cittadino, era che i poteri restassero nettamente separati. Per lui le istituzioni e le leggi dei vari popoli non erano casuali ed arbitrarie, ma strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione e persino dal clima.  Montescquieu guardava in lungimiranza: Per lui l’uomo è sottoposto a regole fondamentali e queste regole non devono considerarsi assolute ed indipendenti dal tempo che trascorre, ma variare col mutare delle situazioni, come devono variare le tipologie di governo.
Ma, in proposito gli argomenti di questo ingegnoso e brillante autore vanno oltre, analizzando in profondità altri aspetti come La repubblica, la monarchia, i parlamenti, la magistratura, la libertà, etc.
L'argomento della libertà fu da lui sicuramente molto trattato. Secondo l’autore, questa parola viene spesso confusa con altri concetti relativi all’indipendenza: Nel sistema di una democrazia, il popolo non può fare quello che vuole, il potere del popolo è spesso confuso con la libertà del popolo;  libertà significa fare ciò che le leggi permettono. Se un cittadino potesse fare ciò che le leggi proibiscono non ci sarebbe più libertà… E questo resta un fondamentale principio che regola ogni odierna democrazia.
Ma la cosa più interessante e sorprendente è quella nella quale questo personaggio fa notare  che il potere legislativo e quello esecutivo non possono mai essere accomunati sotto un’unica persona o corpo di magistratura,  e  neanche quello giudiziario può essere unito agli altri due poteri: i magistrati non possono essere contemporaneamente legislatori e coloro che applicano le leggi. Così, ovviamente i legislatori non possono essere contemporaneamente giudici.
Per lui, l'arte di creare una società e di organizzarla compiutamente, è  l’arte più alta e difficile, in quanto da essa dipende il benessere necessario allo sviluppo di tutte le altre arti.
Più tardi, tra il 1835 ed il 1840, Alexis de Tocqueville, francese, grande studioso della politica, magistrato e deputato, nel suo impegnativo scritto “la democrazia in America” ci informa di come quel giovane sistema,  costruito e fondato sulla libertà,  è sempre stato caratterizzato dall’uguaglianza.
Quest’uguaglianza ha fatto si che il sistema potesse crescere più forte in forza di normative e leggi che avrebbero potuto costruirlo ancora più solido godendo del plauso dei cittadini.
Benchè il nostro sistema sia venuto fuori da una storia ben diversa, più travagliata e complessa, bisognerebbe non dimenticare la forza che può rendere ad un Paese il concetto di uguaglianza unito a quello di libertà. Il nostro Paese non ha bisogno di seguire sistemi esterofili americani o francesi ma, deve sicuramente prendere spunto da alcune scelte operate da questi Paesi, solo per poter giungere alla determinazione di un cambiamento più utile e funzionale. Un cambiamento basato su idee proprie in relazione alla propria struttura storica, territoriale e culturale.



ruoli e capacità differenti
                        
Si dovrebbe poter trasmettere ai cittadini lo scopo ed il giusto fine costruttivo della “politica”. Un  preciso concetto che non può non essere legato alla sua funzione di base. Molti oggi determinano sinteticamente il suo scopo fornendone una ristretta interpretazione legata alla “funzione del governare”
La politica non può solo avere un sintetico senso del governare, in quanto essa racchiude in se i contenuti di teoria e pratica, di arte e scienza, di idea e funzionamento. La politica rimane arte nel principio consistente la ricerca delle idee, nel confronto con i cittadini, nella mediazione, diventa scienza nell’esercizio della sua funzione amministrativa legata allo sviluppo costruttivo della società.

In base a questo concetto, si pone anche quello che potrebbe oggi apparire come un paradosso e cioè: Chiunque, motivato da una capacità creativa, geniale ed intuitiva, potrebbe essere in grado di saper creare iniziative politiche idonee e funzionali alle esigenze,  anche se solo in termini teorici.
Le capacità di chi esercita questo ruolo appaiono  essere prevalentemente di inventiva il che comporta sicuramente quell’intuito e quella sensibilità per certi versi vicina alla capacità creativa di un artista in senso lato. Sebbene costoro, devono sempre avere una buona conoscenza dell’aspetto sociale ed istituzionale del paese in cui si vive.
Ben diversa rimane l’attività di chi deve predisporsi per una amministrazione in termini di conoscenza e quindi anche di esperienza per la soluzione di un processo costruttivo e di un buon funzionamento: Chi amministra deve avere un ruolo determinato e diretto verso la conoscenza scientifica di ciò che si deve con efficienza realizzare.

Ecco, perciò, la determinazione dei due ruoli che differentemente potremmo definire “induttivi” e  “deduttivi”. Ruoli che, per scopo ed esigenza, definiscono due strade diverse che dovrebbero raggiungere un unico percorso costruttivo in relazione alla definizione di una “politica” che si vorrebbe funzionale.
La speranza che in un politico possano coesistere ambedue le qualità appare molto difficile e, qualora potesse esservi, lascerebbe molti spazi aperti verso naturali compromessi: Generalmente chi ha una mentalità creativa non è portato ad accostarsi a chi si impegna mentalmente in direzione di una scienza e viceversa.


L’odierno sistema vede comunque il politico inserito contemporaneamente nei due ruoli come appartenenti ad un unico lavoro. Questo sistema ha fatto sì che oggi il politico venga considerato colui che crea e nel contempo esegue, nel contesto di un’unica linea politica. Linea politica che, nel tempo, viene condizionata da una vera e propria oligarchia dei Partiti.
Ci capita di vedere sempre più spesso ambedue i poteri, esecutivo e parlamentare, chiedere  più spazi a proprio vantaggio per via del differente ruolo a cui appartengono ed alle naturali esigenze : Chi siede in Parlamento reclama di poter legiferare e chi presiede un esecutivo esige di poter governare con procedure più svelte e funzionali.

L’utilizzo sempre più frequente dei decreti legge da parte dei governi pone il Parlamento in uno stato di degradamento rispetto al suo vero valore e l’uso esasperato degli emendamenti, da parte degli stessi parlamentari, rischia sempre di togliere efficienza alla importante azione funzionale del Governo. Una richiesta più che legittima e naturale da parte di ambedue i poteri, ma che, fino ad oggi, ha portato risultati poco incoraggianti.
Quell’accentramento che vedeva nel passato il raccordo dei due poteri Parlamento–Governo, affinché si potesse raggiungere un solido equilibrio, sembra oggi essere compromesso dall’evidente peso partitico che finisce col condizionare notevolmente ogni azione.

E’ chiaro che nel passato, per l’evidente differenza di un sistema che vedeva il formarsi di un Governo in seno e per volontà delle Camere, ci si poteva adoprare affinché questo raccordo potesse trovare un più utile risultato. L’attuale sistema, in direzione di  una costruzione bipolare della politica, fa si che il potere esecutivo, attraverso una elezione più diretta, determinata da una coalizione, pretenda di essere messo in grado di indicare una governabilità più snella e meno condizionata dalla logica parlamentare.
La evidente dicotomia che scaturisce in un sistema come il nostro, che per Costituzione rimane di principio Parlamentare, fa si che possano automaticamente sorgere contrasti i quali, non favoriscono lo sviluppo naturale di una vera politica costruttiva.
Quella simbiosi politica evidenziata nel Diritto Costituzionale, affinché ambedue i poteri potessero camminare in sinergia, per far sì che si costruissero assieme leggi, programmi e relative mansioni amministrative, si è persa.

Alcuni programmi esposti in sede di elezioni vengono esclusi o non inseriti nei tempi dovuti, altri, scaturiscono in un gioco di condizionamento in corso d’opera che ne cambia il senso e la volontà espressa in un primo momento. 
Il risultato di tutto ciò è sempre un brutto ed inaccettabile compromesso. Da qui l’esigenza di dover distinguere i ruoli persino in termini di carriere per due precise motivazioni:
    1) differenza in relazione alle capacità.  2) differenza in relazione al ruolo.
 


In base a questa premessa, quindi, sembra più che necessario dover guidare un processo di modernizzazione della politica che parta dai principi di una giusta funzione della dottrina. Un percorso più efficiente che possa esser costruito col dialogo con i cittadini, ma che possa anche definire un ruolo amministrativo più efficiente e concreto.

Le attuali forze politiche Nazionali appaiono non del tutto preparate ad affrontare una nuova era dove l’economia avanza ad alta velocità e dove la stessa “politica” sembra ancora alla ricerca di un vero “cambiamento”. Una politica che sembra arrancare in una strada vecchia priva di vere riforme innovative
In termini di vera “funzionalità” sembriamo assai indietro ed ogni problematica appare oggi condizionata da un iter processuale vecchio che subisce, fin troppo, chiari condizionamenti da parte delle odierne forti economie.

Una politica nazionale, dovrebbe tener conto dei bisogni del proprio Paese in un quadro più generale, attraverso una funzione di stimolo che possa avere un controllo solo politico sulle amministrazioni locali.
Questa funzione avrebbe il compito di spingere “la politica” verso un uso più corretto ed equilibrato per una evoluzione del Paese nel suo insieme, mentre ogni  “amministrazione locale” dovrebbe tener conto delle esigenze necessarie in base alla storia della singola Regione che si intende governare: Un’ amministrazione locale che dovrebbe seguire in larghe linee la strada di una politica nazionale di controllo, tenendo in considerazione il contesto sociale in cui opera e che perciò accresce, evolvendosi, un proprio patrimonio culturale ed imprenditoriale.

Nel nostro Paese, oggi, le conseguenze di un mancato ed equilibrato funzionamento della politica si evidenziano soprattutto: in una sostanziale mancanza di riforme, in un accresciuto divario con le Regioni del  Sud, in una giustizia assai poco credibile, in una chiara mancanza di sicurezza, in una fortissima e pesante burocrazia istituzionale, in un impellente bisogno di occupazione, in una sfiducia incalzante da parte dei cittadini…  ed altro ancora….

Le vecchie ideologie hanno forse contrastato e rallentato la marcia di innovazione dei grandi contenitori di consensi, ma oggi sembra che nessuno, abbia aperto la strada alle nuove idee per una vera politica di attualità. “Attuale” non può solo essere l’uso di un computer o dei servizi messi a disposizione dalla moderna rete internet, ma un’innovazione di tipo culturale profonda che solo i pensieri e le idee possono dettare.     
Una problematica che non può più essere posta sotto forma di una ideologica battaglia, poiché non si tratta solo di determinare una maggioranza, ma di lavorare insieme per diminuire quel macroscopico divario tra cultura e non cultura, tra grandi ricchezze e spaventose povertà, tra conoscenza ed ignoranza, tra sicurezza ed insicurezza e soprattutto tra il nord ed il sud del nostro Paese.

Non v’è dubbio che l’avvento frettoloso del bipolarismo, dopo cinquant’anni di politica centrista e moderata, ha generato gravi conseguenze in proposito. Un pensiero spaccato in due che ha creato una politica basata più sulle contraddizioni che sulle speranze di un vero cambiamento. Azioni e reazioni che hanno generato continui equilibri precari non rendendo alcun efficace funzionamento alla politica. Tutto ciò per dare forza ad un desiderio di “stabilità governativa” che, nel tempo, si è rivelata assai poco efficace poiché non costruita e ricercata attraverso un giusto “fine” deduttivo.

Non si può pretendere nessun risultato da qualunque posizione politica, se non si agisce  preventivamente al fine di far funzionare il sistema. Un atto sicuramente determinante e primario rispetto agli altri. Dobbiamo riconoscere il bisogno di una politica funzionante, indispensabile per non finire schiacciati da qualsiasi sistema economico che condizionerà in modo assoluto e pragmatico ogni logica del vivere comune.
La parola chiave, quindi, sembrerebbe essere “funzionamento”, come sinonimo di efficienza ed innovazione, ma intesa anche come teoria secondo la quale, nella logica, la funzione suddivisa dei singoli elementi culturali e formativi, ha un’importanza predominante sulla sua stessa evoluzione: Uno studio organizzativo che dovrebbe basarsi su un principio di specializzazione e di suddivisione del lavoro.

Il cittadino comincia a non fidarsi più di un’amministrazione pubblica e di un sistema che non garantisce più alcuna funzionalità alla politica. Non si tratta, quindi, soltanto di rimuovere i politici, ma di cambiare la stessa politica ed il sistema in cui essa naviga.
vincenzo Cacopardo