31 ott 2014

Pubblica sicurezza, lavoro e politica

di vincenzo cacopardo
Scrive il Consigliere Domenico Cacopardo su "Italia Oggi":

"Sembra che la direzione della Pubblica sicurezza sia affidata a un autista ubriaco. In mille casi si tollerano manifestazioni che tracimano sino a bloccare la viabilità, le ferrovie e gli aeroporti. Si usa la cosiddetta tattica della persuasione e, spesso, si consentono vere e proprie violenze passive nei confronti della comunità. Sia mediante l’espropriazione del diritto di libertà di movimento, sia mediante l’opposizione attiva o passiva all’esercizio del diritto di lavorare.

In altre nazioni, queste forme di pressione non sono consentite e le medesime organizzazioni sindacali si assumono la responsabilità di sconsigliarle e di impedirle.

Del resto da noi –e il caso Notav Torino Lione ne è l’esempio più eclatante- si rinuncia anche all’esercizio degli strumenti disponibili per conoscere in anticipo i propositi dei violenti che non mancano mai, in ogni circostanza. Sembra impossibile comprendere come possa accadere che Polizia e Carabinieri siano così spesso colti di sorpresa.

In altri casi, l’ultimo gli scontri del 29 ottobre a Roma, si dà il via a un duro contrasto: non si contiene, ma si respinge e si attacca fermamente. 

Non c’è un filo logico che renda chiare le ragioni di questa dicotomia.

Chi ha visto le riprese televisive della giornata romana dei lavoratori delle acciaierie di Terni, ha constatato che il barricadiero Landini si rivolgeva ai suoi uomini esortandoli a fermarsi «Così passiamo dalla parte del torto», dimostrando, così che le vittime non sono da una sola parte. Peraltro, si sa che la convinzione dominante tra i professionisti delle manifestazioni è che gli agenti della Polizia e i Carabinieri siano (miseramente) pagati per prenderle senza protestare né reagire. Una follia.

Vediamo tutti come, senza alcun senso di responsabilità, Susanna Camusso e Maurizio Landini (la sconfitta inflittagli dall’orco Marchionne non gli ha insegnato nulla) da mesi soffino sul fuoco del disagio sociale. Non sanno, per memoria corta o ignoranza, quello che accadde intorno alle tensioni degli anni ’70, sino alla metà degli ’80. Non conoscono i pericoli insiti nell’azione di un sindacato che non si fa carico dei vincoli generali, interni e internazionali, che pesano sulla situazione di molte fabbriche. Tra i pericoli, oltre all’ordine pubblico, c’è –e si staglia con un aspetto sanguinoso- il terrorismo. 

E non basta soffiare sul fuoco, si procede come una (piccola) legione romana contro il primo ministro Renzi e il suo governo, accusandoli d’essere espressione di non identificati gruppi di potere (Ferruccio de Bortoli denunciò un che di massonico, senza tuttavia fornire un solo elemento concreto), nemici dei lavoratori e promotori di un arretramento dei loro diritti e delle loro retribuzioni.

Se –non accadrà- la Cgil e la Fiom dovessero vincere, il processo riformista così decisamente avviato si fermerebbe e l’Italia finirebbe in mano a coloro che hanno contribuito a condurla alla situazione attuale.

Non è nell’interesse di chi lavora, di chi è cassintegrato, licenziato o disoccupato bloccare il rinnovamento, anche se è costato, sta costando e costerà sangue e lacrime.

Solo alla fine della guerra che il Paese e la parte più avanzata delle giovani generazioni hanno ingaggiato contro tutto ciò che c’è di vecchio e inaccettabile si potrà redigere il definitivo bilancio. Per ora, dobbiamo riconoscere che passi importanti sono stati compiuti.

E che la mentalità e il linguaggio dei politici e dei cittadini è già cambiato.

Il rinnovamento che ha investito l’Italia istituzionale con un governo e un Parlamento giovanissimi, non ha però attraversato il sindacato. Benché la Camusso si assolva, lei e la sua sigaretta appartengono a un passato che, non si illuda, non tornerà. 

In Germania, ai tempi del cancelliere Gerhard Schröder, il radicale riformismo, presupposto dell’attuale floridità della nazione, fu introdotto con la consapevole partecipazione del sindacato. Si stavano assorbendo il Land dell’Est e si doveva semplificare il mercato del lavoro e alleggerire i rapporti impresa-lavoratori.

Non c’è motivo perché qualcosa del genere non accada anche in Italia.

La via dello scontro non presenta vie d’uscita per il movimento operaio. Non allevierà la sofferenza, ma acuirà le difficoltà nelle quali il sistema si dibatte.

Né salverà il sindacato e i suoi gerarchi."


Tutte belle parole..quelle del consigliere Cacopardo!! Ma chi paga realmente il prezzo di questo “rinnovamento” se non i più deboli e i disagiati?

I fatti dimostrano che a pagare il prezzo di questo cambiamento, in base alle scarse e deludenti riforme di questo governo, siano quei cittadini che ormai hanno perso tutto: più si procede verso questo cambiamento, più si alterano i rapporti sociali e si mette in evidenza una mancanza totale del rispetto verso le categorie più deboli, le quali non hanno altra alternativa che la protezione dei sindacati. 

Se la politica di rinnovamento fosse più equa, condotta verso uno sviluppo utile e nel rispetto dei principi della democrazia...nessuno avrebbe da eccepire. Il processo riformista ormai (mediocremente) avviato non si arresterà per colpa dei sindacati, né per colpa dei poveri cittadini che oggi soffrono e che manifestano, ma per la responsabilità diretta di chi pensa di poter operare calpestando principi costituzionali, non dimostrando alcuna propensione in favore di buone idee occorrenti per la crescita delPaese.

Non son sicuro che l'esempio con la Germania, ai tempi del cancelliere Schröder e del suo “radicale” riformismo, condotto con la partecipazione del sindacato, possa calzare in proposito. La semplificazione del mercato del lavoro ed i rapporti impresa-lavoratori, appaiono, oggi, differenti nei parametri di un Paese come il nostro. 

L’era Schröder, proseguita nella grande coalizione, ha lasciato le sue tracce. Tuttavia la sua linea politica, pur in contrasto aperto con il programma elettorale, fu stabilita dall’alto, interrompendo il contatto della direzione con i funzionari intermedi e locali: L’SPD non era più un partito che aiutava la gente comune a risolvere i suoi problemi, non fungendo da portavoce di coloro che rimanevano indietro nella concorrenza globale. Dopo Schröder, l’SPD invocava maggiore responsabilità individuale, rivolgendosi agli strati più agiati della società. Fino alla fine degli anni ’90, aveva contribuito a strutturare la società, poi, nel 2010, la preponderanza dell’influenza dei media nei dibattiti interni e nelle decisioni del Partito hanno determinato la perdita di peso dell’SPD... aprendo una voragine nella struttura politica della società tedesca...Oggi siamo già al 2014...quella voragine pare aprirsi di più.
 vincenzo cacopardo

30 ott 2014

un commento sull'analisi di D.Cacopardo su Italia Oggi



Non è detto che il presidente del consiglio ce la faccia. Non si tratta di essere gufi o pappagalli, si tratta d’essere consapevoli della complessità della situazione, prima di tutto europea, nella quale deve guidare l’Italia. 

Insieme ai problemi della crisi generale, ci sono le diseconomie interne, le posizioni parassitarie, la caduta della produttività, l’inefficienza del sistema giudiziario, una concezione dei rapporti sociali, ormai da anni ovunque abbandonata. Pensiamo ai lavoratori le cui aziende debbono chiudere o ridimensionarsi. Da noi è normale che blocchino ferrovie e autostrade, che occupino Roma, che, insomma, tentino di scaricare le loro drammatiche questioni sulla comunità nazionale. Lo schema aveva rilevanti possibilità di successo sino agli anni ’90: le partecipazioni statali consentivano allo Stato di assumersi l’onere di gestire aziende decotte o in difficoltà, riuscendo, in qualche caso a risanarle. Il più delle volte continuavano a essere idrovore che consumavano la ricchezza nazionale. Anche questo c’è nel conto dell’immenso debito pubblico italiano. 

Ora no. I vincoli comunitari impediscono operazioni di salvataggio a spese degli stati. Perciò, i lavoratori possono occupare quello che vogliono, ma la comunità nazionale e, quindi, il governo non possono intervenire nell’unico modo utile: mettendoci quattrini. Salvo quelli degli ammortizzatori. Il paradosso è che il sindacato non si assume la responsabilità di dire la verità, anzi specula sulle crisi, mettendosi alla testa delle inutili manifestazioni di piazza che le accompagnano.

Al divieto di aiuti di Stato, si sommano i vincoli allegramente accettati, gli errori del ’98, quando l’accoppiata Prodi&Ciampi definì le ragioni di cambio lira-euro, l’assenza di una seria politica riformista, che hanno aggravato il disastro sino alle dimensioni attuali. 

Ora, alle difficoltà di maneggiare i rapporti internazionali e la crisi interna, si aggiunge un serio nemico che si aggira a Roma, a Bruxelles e Firenze: si chiama Matteo Renzi.

L’approccio dell’exsindaco di Firenze ai problemi dell’Europa e del governo è stato, quantomeno, discutibile. 

I politici di livello gestiscono il piccolo o grande potere affidato loro in due modi: ci sono quelli sicuri di se stessi che si affidano a collaboratori esperti, per dirla in modo chiaro, di serie A; ci sono quelli insicuri che si affidano agli amici, senza guardare alla qualità professionale degli stessi.

Tra i primi ricordo, per personali esperienze, Fanfani, Moro, Craxi e D’Alema. Fra i secondi, il più significativo è stato Romano Prodi, sempre pronto a preferire l’amico del proprio cerchio magico (il caso Rovati è il più noto, ma ce ne sono tanti altri) al professionista capace.

Craxi, per esempio, aveva intorno una squadra di compagni di strada di tutto rispetto: da Amato a Martelli, da Formica a De Michelis. E l’ingresso dei socialisti al governo nell’80 si caratterizzò con iniziative di grande significato innovativo. Il giro di De Michelis per le fabbriche, nelle quali nel pieno di un’altra crisi si incontravano agguerrite cellule terroristiche, mostrò il volto di un governo coraggioso nell’affrontare i problemi a viso aperto. In qualche modo, una tecnica mutuata dall’attuale «premier» che non manca occasione per andare nelle scuole, nelle fabbriche, nei luoghi del disagio. 

Quanto all’Europa –e non poteva essere diversamente, vista la combinata inesperienza di Renzi e dell’ectoplasmatica ministra Mogherini (che continuerà a non esistere a Bruxelles, ragione questa della generale approvazione)- il semestre italiano è stato francamente sprecato. Aveva il potere, Renzi, di iniziarlo convocando una riunione non sulle difficoltà dei vari paesi, ma sull’Unione, sullo suo stato e sulle più urgenti esigenze per andare avanti nel processo di integrazione (unica vera risposta alla crisi) con, per esempio, l’armonizzazione fiscale (divieto di dumping), la creazione di una FBI e di una forza armata europee, una reale politica di sviluppo.

Non è stato così. L’unico incontro di qualità politica è stato quello della scorsa settimana. Ma i risultati sono stati modesti e di corto respiro.

Ecco, se Renzi non rinnoverà profondamente la sua squadra di governo, se insisterà nel preferire gli amici fidati ai professionisti di riconosciute qualità, potrà sempre scivolare nella trappola che gli faranno trovare i vecchi marpioni europei e italiani e/o nella grave intensità dei problemi.

È questa l’ombra che permane su un processo di rinnovamento della politica italiana che apprezziamo e di cui vorremmo il successo. 



Un processo di rinnovamento che si potrebbe apprezzare..se non fosse guidato da una figura fin troppo ipocrita, per nulla umile e spinta subdolamente verso un successo personale.

Ricordiamoci che l'attuale premier è stato suffragato da un 40.80% di consensi in un paese che votava per una politica europea (oggi ancora più mal vista di qualche mese addietro) e non per una governabilità nazionale. Inoltre non è per niente trascurabile il fatto che abbiano votato solo il 50% degli aventi diritto. 

Tralasciando questi dati che comunque hanno il loro valore...le analisi di Domenico Cacopardo... malgrado le sue posizioni incerte (ed a volte ambigue)... nei giudizi verso il nostro Premier, risultano esplicative...ma dimostrano anche che il problema non sembra essere solo di inesperienza. Credere di poter condurre il nostro Paese portandosi avanti con un incessante determinismo... mal si concilia con l'umiltà che si dovrebbe in questo momento storico; un periodo difficile di cui lo stesso Domenico.. ne sottolinea le problematiche costrette dai vincoli comunitari. 

Quindi, al di là di ogni esagerata spinta da parte dei sindacati, bisognerebbe mostrarsi politicamente meno irruenti, persuasi e rigidi nell’affrontare simili agitazioni proposte da chi difende i tanti che oggi sopravvivono privi di lavoro o contenuti in miseri stipendi e relativi condizionamenti. Se si può affermare che il sindacato non si assume la responsabilità di dire la verità, e che speculi sulle crisi, mettendosi alla testa delle inutili manifestazioni di piazza...si potrebbe anche asserire che il tono assoluto di un Permier che si pone provocando in modo inidoneo gli stessi, non pare per niente utile..nè consigliabile, in un momento storico così difficile.

Al di là di un rinnovamento della sua squadra, sembra davvero difficile poter fare affidamento in chi, come il sindaco d'Italia, talmente carico di ambizione verso un proprio successo, affronta i temi della politica e del sociale con tale assolutismo e forte enfasi iniziale. La politica non può rinnovarsi con l'atteggiamento monarchico e semplificativo di chi ama tanto se stesso e che si crogiola in una comunicazione piena di slogan, ma col contributo di tanti, attraverso un'azione che guardi con estrema modestia alla ricerca costante: la sua sincronica posizione di premier e capo di un Partito.. è il fondamentale errore di base per quella politica che spera in un significativo cambiamento. 

C'è cambiamento e cambiamento! 

Questo suo processo di rinnovamento della politica italiana, al contrario, non si dovrebbe per nulla apprezzare, ne desiderarne il successo..perchè rimane troppo assoluto.. obbligando ogni principio di vera democrazia a solo beneficio di una governabilità costringente. Naturalmente chi oggi è sistemico non può che apprezzarlo perchè teme di perdere ciò che ha..al contrario di chi non ha e che..per logica diviene asistemico. 

Per dirla in termini antropologici: Esiste un naturale realistico percorso la cui strada viene determinata dall'uomo e dal suo modo di procedere. Oggi, nella nostra società, la bilancia pesa appena per poco a beneficio del sistema...quando l'asse, dovuta dal peso del crescente numero di asistemici si sposterà...tutto potrà cambiare assumendo un tono più drastico... Un equilibrio risulta necessario!

I valori della democrazia restano necessari... e molto più importanti di qualsiasi slogan.

29 ott 2014

Un commento su sindacati, politica e democrazia

Scrive Domenico Cacopardo sulla Gazzetta di Parma

Incapace di uscire dal paradigma di posizioni introdotte nella Cgil da Sergio Cofferati, lo «stolido leader» (definizione corrente ai suoi tempi per sottolineare le incapacità di manovra) che impedì la riforma del lavoro nel ’99, con un’economia florida e un governo di sinistra-centro, Susanna Camusso, dopo Guglielmo Epifani, due exsocialisti diventati più massimalisti dei massimalisti storici, si appresta allo scontro finale con lo schieramento riformista che fa capo a Matteo Renzi. Lo perderà.

Potrà non piacere per la vocazione cesarista, ma si deve ammettere che il giovane presidente del consiglio ha messo in moto la politica italiana, archiviando personaggi, riti e parole d’ordine. Basta sottolineare la sua posizione: «Il governo non deve trattare le sue leggi col sindacato. Deve ascoltare il sindacato e decidere per conto suo. Il sindacato deve trattare con gli imprenditori per i posti di lavoro e le condizioni dei lavoratori. Se un sindacalista vuole discutere le leggi, si faccia eleggere in Parlamento …»

Nemmeno Craxi, quando incontrava nel 1984 tre capi sindacali del calibro di Lama, Carniti e Benvenuto, aveva avuto il coraggio di definire e delimitare in questo modo l’attività sindacale. Anzi, in quello scontro combattuto col fioretto e con la sciabola, il vero avversario non era Lama, disponibile ad accettare il taglio della scala mobile, ma Berlinguer, ormai avvoltolato nelle propria concezione di Repubblica del CLN e sull’asserzione «Non si governa con il 51%.»

E poi è venuta la seconda Repubblica. Gli unici esponenti politici risparmiati da Tangentopoli erano i sindacalisti, che non erano perseguibili per i contributi «volontari» ricevuti. Superato lo choc dell’elezione di Berlusconi, Prodi e seguaci avevano tessuto una tela di relazioni con il sindacato rivolta a paralizzare l’autonomia della politica, a favore del consenso della Cgil. E avevano imbarcato il simpatico Bertinotti, un campione del rinnovamento a capo di un partito che si chiamava Rifondazione comunista e che, al momento giusto, levò i voti di cui Prodi aveva bisogno in Parlamento, mandandoli a casa.

E prima, con sussiegosa considerazione di se medesimo, lo «zio» della Patria Carlo Azeglio Ciampi, poi immeritatamente santificato, si piegò al rito della «concertazione» sottoponendosi a un negoziato con i sindacati sui contenuti dell’azione politica del suo governo.

Vent’anni di questo sistema, non intaccato dai periodici ritorni di Berlusconi, nonostante la chiarezza di idee di Maurizio Sacconi, l’unico di quel giro capace di studiarsi i dossier e di capire quello ch’era necessario, hanno bloccato il Paese e l’hanno fatto avvitare su se stesso. 

Finalmente, un giovane archivia il diritto di veto riconosciuto ad alcuni –e ad alcuni, come la Cgil, più degli altri- sulla base di una presunta rappresentanza di interessi mai verificata con una vera libera consultazione elettorale. Se ci si riflette, si scopre che il sindacato è l’organizzazione meno democratica del Paese insieme al Movimento 5 Stelle. 

Ora ci si confronta in campo aperto. E vincono le idee giuste. Vincono anche gli ideali, primo fra tutti quello di rinnovare a Nazione per dare una speranza agli italiani.

Non questo becero rinvangare il passato.

Non i proverbi demenziali in cui s’è specializzato Bersani.

Non le sciocchezze massimaliste di cui si riempiono la bocca alcuni excomunisti («in primis» Fassina e Civati) che costituiscono la parte meno disponibile della sinistra del Pd.

«Andiamo, è ora di partire.»

Ci stiamo muovendo. Incidenti e trappole sono sulla strada che abbiamo scelto. Ma se la voglia di andare è forte, se si intravvede una meta condivisibile, se è possibile rilanciare l’Italia, incidenti e trappole non ci impediranno di procedere.
Domenico Cacopardo



"La storia dei sindacati è divenuta nel tempo un'altra anomalia di questo Paese, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile alla deformazione che ha alterato e confuso i principi base che avrebbero dovuto guidare il vero paradigma di una democrazia."

Non per un becero rivangare il passato, e nemmeno per spegnere l'entusiasmo di chi, come il consigliere Cacopardo, ritenendo giusta la frase di Renzi ( che non posso tra l'altro che condividere), pensa che il tutto possa risolversi attraverso le posizioni determinate del nuovo sindaco d'Italia. 

Se è vero che “Il sindacato deve trattare con gli imprenditori per i posti di lavoro e le condizioni dei lavoratori, e se è altrettanto vero che se un sindacalista vuole discutere le leggi, dovrebbe farsi eleggere in Parlamento”..è anche vero che oggi la governabilità non potrebbe determinarsi con tale arroganza.. prendendosi gioco dei principi cardine di una democrazia...Oggi il percorso della politica la sta decidendo il Nazareno (Renzi e Berlusconi insieme)..come si può pensare che costoro potranno mai costruire regole in favore di possibili elezioni di sindacalisti in Parlamento?

La storia dei sindacati è divenuta nel tempo un'altra anomalia di questo Paese, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile alla deformazione che ha alterato e confuso i principi base che avrebbero dovuto guidare il vero paradigma di una democrazia. Che dire..ad esempio.. delle nefande regole che vorrebbero guidare le riforme verso sistemi elettorali iniqui..attraverso premi di maggioranza e soglie di sbarramento che negano una politica che, per costituzione dovrebbe lasciare libero il pensiero dei piccoli? Che dire della costruzione semplificativa con la quale oggi si edifica un governo?...Che dire delle spudorate e continue fiducie...ovvero quelle continue stampelle con le quali si pretende di reggere un esecutivo imponendo persino deleghe alla decretazione legislativa? Che dire dei perenni conflitti che invadono il campo legislativo con quello governativo? Che dire dell'influenza eccessiva dei Partiti poco disciplinati e veri padroni assoluti di una politica oligarchica?...E si potrebbe andare oltre, ma se poi quello che conta.. è il dovere ottenere un risultato a tutti i costi, soprattutto chi ha una mente lucida come Domenico... comprende perfettamente che la crisi della democrazia è già in atto da tempo e senza democrazia vincono le arroganze ..anche quelle dei sindacati..Ben vengano...quando ciò che soprattutto manca è una sana e logica funzione della politica!

E' facile per Renzi, oggi, tirare fuori continui slogan come quello sopra scritto a discapito dei sindacati..quando nel disordine più totale di un edificio istituzionale..quello che per prima dovrebbe essere posto in ordine, è il funzionamento di una politica in favore di una democrazia.

Badiamo bene! Nessuno pretende per principio di schierarsi in favore di una qualunque forza sindacale, ma non si può nemmeno restare inerti nell'ascoltare le frasi boriose di un capo del governo che pretende di assumere le sembianze di un monarca, anche a causa di un partito che gli consente l'enorme conflitto ponendolo nel contempo nella carica di segretario e di premier di uno Stato.... Proprio da qui nascono le prime anomalie democratiche..e pochi se ne accorgono! 

Malgrado le belle parole di Renzi, proposte sempre attraverso slogan, quando si muovono i sindacati costruiti in anni ed anni di storia, risulta facile fare certi tipi di affermazioni, molto più difficile porre una barriera ad un diritto di sciopero. Cosa può poi significare ascoltare la parola dei sindacati per poi decidere come si vuole, quando ormai la vera azione legislativa parlamentare è in mano ad un padrone assoluto?..La crisi della democrazia avanza a passi veloci e potrà avere dei risvolti persino pericolosi.. 
vincenzo cacopardo

28 ott 2014

Il PD..un trampolino comodo per il sindaco d'Italia.



L'IPOCRISIA... IL SUO PEGGIOR PECCATO 
di vincenzo cacopardo

Pochissima umiltà..un forte determinismo..e molta boria..
C'è qualcosa in più che non convince del giovane sindaco d'Italia...qualcosa che, unita alla mancanza di una necessaria umiltà... lo fa apparire sempre più ipocrita.


L'ipocrisia consiste proprio nel fatto che Renzi continui ad usare un Partito di sinistra per operare attraverso una politica di destra e nel contempo affermare che oggi non esistono più tali contrapposizioni. Quindi la domanda più facile da porgli sarebbe quella di poterci spiegare come mai non si sia prima creato una parte politica indipendente nella quale far convergere le sue nuove proposte politiche.

La sua Leopolda appare oggi in netta contrapposizione col suo stesso Partito... ponendo ulteriori dubbi sulla doppia veste che Renzi assume nella qualità di segretario di un partito e Capo di un governo. I suoi riferimenti a gli I-Phone ed ai Pit Stop..suonano ancora una volta come slogan vuoti, entrati ormai in un linguaggio che cattura di certo l'attenzione dei giovani esaltandoli, ma non incanta chi ne percepisce l'uso ostentato e lo scopo. Se le contrapposizioni sono oggi poste tra chi vuole cambiare col presupposto che dall'altra parte non si voglia farlo per capriccio, si finisce col non dire la verità... portando avanti un discorso di comodo: Si usa una comunicazione subdola..ma efficace allo scopo di confondere!

Era chiaro che tutto ciò avrebbe creato attriti e formato posizioni antitetiche all'interno di un PD, visto sempre come un Partito di base ideologica comunista..seppur cresciuto successivamente con un'apertura in direzione di una social democrazia più moderna e progressista. Potremmo perciò sicuramente azzardare che Renzi possa avere usato il PD per costruirsi una piattaforma più comoda sulla quale lavorare una sua personale strategia di successo.

La valutazione che oggi si fa sull'operato del sindaco d'Italia rimane prevalentemente di metodo..mentre si trascurano i giudizi nel merito. Quando Renzi e la sua corte dichiarano che chi sta col cambiamento.. sta con lui, mentre chi non sta con lui.. non vuole il cambiamento, non fanno che confondere volutamente il giudizio dei tanti che, distolti, finiscono col non valutare in profondità le qualità peculiari della sua azione di rinnovamento.

Non può essere accettabile..nè tanto meno si potrebbe omettere di definire eccentrico.. l'atteggiamento di chi oggi, dichiarandosi renziano, definisce, chi non la pensa allo stesso modo, come un gufo od un ostacolo contro l'innovazione e persino connivente con la palude. La condotta del Premier risulta sfacciatamente ipocrita persino nei confronti di chi ancora gli offre sostegno in seno al suo Partito e che ancora... seppur forzatamente..lo sostiene in una personalissima campagna promozionale.

Un PD che sembra perdere ogni contatto con la realtà... che non manca di offrirgli  una base sulla quale costruirsi un proprio successo... a discapito dello stesso Partito.  

26 ott 2014

Nota recensiva sul nuovo articolo di Domenico Cacopardo



di domenico Cacopardo
Fa ridere l’indignazione Barroso, non di Katainen, il commissario competente per gli affari economici e monetari, per la pubblicazione, da parte del governo italiano, della lettera ricevuta giovedì con la richiesta di chiarimenti sulla legge di stabilità 2015.

Appartiene alla barocca e opaca liturgia inventata dai burocrati dell’Unione, questa specie di balletto di osservazioni e controsservazioni, da tenere riservato per non esporre i burocrati stessi al rischio di venire smentiti dai fatti e dalle decisioni della Commissione. Come del resto nelle previsioni, tutte sballate, relative alle loro controproducenti iniziative.

E ha fatto benissimo Matteo Renzi a pubblicare, dopo avere ottenuto il consenso di Katainen, la missiva. E farà ancora meglio a illustrare tutti gli sprechi di cui sono specialisti «lor signori» di Bruxelles.

La risposta del governo, anch’essa pubblica, sarà difficilmente contestabile, giacché sarà fondata sulla realtà dei fatti, che sono coerentemente volti a prendere atto della profonda recessione in corso, causata sì dalle leggerezze passate, ma più di recente da una politica europea disinteressata al benessere dei cittadini e alla salvaguardia dell’occupazione.

Una strada, quella imboccata dalla finalmente scaduta Commissione Barroso (che ha gettato la maschera dimostrandosi, per calcoli opportunistici, nemico dell’Italia), del tutto distruttiva del modello economico-sociale affermatosi nel secondo dopoguerra nel continente. Un collasso che ormai mette in discussione l’esistenza stessa di questa Unione europea, che guarda alle astratte «tavole» di una legge improvvida e sbagliata come il «Fiscal compact».

Ricordiamo tutti il presidente «ridens», Mario Monti, annunciare agli italiani la firma del relativo protocollo e i vincoli che avrebbe comportato.

Ma l’economia, come la vita e la società non rispondono agli astratti comandi degli economisti, dei sociologi, dei dittatori. Rispondono agli esseri viventi che sono capaci, anche senza rivoluzioni violente, di rovesciare gli astratti comandamenti per operare con più intelligenza e buon senso dei loro medesimi governanti.

«Dall’analisi preliminare … l’Italia programma una significativa deviazione dagli aggiustamenti richiesti per centrare l’obiettivi di medio termine nel 2015 … La Commissione intende continuare il dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare alla valutazione finale … e gradirebbe il … (nostro, n.d.r) punto di vista non appena possibile e preferibilmente entro il 24 ottobre», questo il succo della nota dell’Unione, cui si vuol dare il significato (erroneo) di una reprimenda.

I punti più sensibili sono il mancato rispetto del patto di stabilità nel 2015, con uno scostamento del deficit consentito dal 2,3% al 2,9% e il rinvio del pareggio strutturale di bilancio.

Come se qualcuno rimproverasse un naufrago perché è tutto bagnato e non riesce ad asciugarsi nei tempi voluti.

È di tutta evidenza che si tratta di una posizione negoziale, espressa nell’ottuso linguaggio che domina i corridoi di Bruxelles, percorsi da centinaia di impiegati, lautamente retribuiti, che hanno costituito una casta autoreferenziale, indifferente rispetto alla vita pratica degli amministrati.

Spesso, grattando dietro le paludate posizioni, si scoprono interessi concreti, concretissimi, legati a realtà concorrenti dell’Italia, più capaci di «lobbying» di quanto siamo noi e le nostre aziende. 

In un tempo lontano, negoziando il piano siderurgico con Bruxelles, ci accorgemmo all’improvviso che le prescrizioni che uscivano dagli uffici erano tutte «favori» nei confronti della siderurgia belga, cui il visconte Etienne Davignon (nella Commissione Thorn, 1981-1985, vicepresidente e commissario per l'energia e gli affari industriali) era molto legato. Anche questo succede a Bruxelles e da sempre. 

Su quello che accade in queste ore, è lecito ogni sospetto, anticamera della verità (Ennio Pintacuda, gesuita).

A questo punto, occorre dire che, in sostanza, nulla che non fosse esplicito, alla luce del sole, c’era nelle intenzioni e nelle dichiarazioni pubbliche del governo italiano. E la risposta a Bruxelles si discosta dal passato perché non ha nulla del tremolante, tremebondo atteggiamento cui Monti e Letta avevano abituato gli eurocrati. La prospettiva di un accordo su un aggiustamento ragionevole indica la via di un’approvazione, magari condizionata al mantenimento delle promesse di riforma, ma pur sempre un approvazione, con buona pace del neorigorista Barroso (permissivista a suo tempo a casa sua, il Portogallo).

Ce la giochiamo serenamente a tutto campo la partita della legge di stabilità 2014. In attesa dell’insediamento della nuova Commissione, presieduta da Junker, con il suo programma di lotta alla recessione, rilancio economico e di finanziamento di 300 miliardi di infrastrutture, terreno duro. Alla fine anche se Barroso e la sua scaduta compagnia dovessero assumere l’atteggiamento inaccettabile che possiamo immaginare, è nella disponibilità del governo italiano fare l’uso migliore delle indicazioni comunitarie, accelerando il processo riformista, laddove è possibile farlo e continuando a perseguire una politica accettabile.

Un'altra «hora de la verdad» (il momento in cui il torero deve affondare la sua spada nell’attaccatura del collo dell’animale) per Renzi e il suo governo. 

Al di là dello stupido disfattismo di tanti osservatori invidiosi, siamo convinti che funzionerà.



di vincenzo cacopardo
Puntuale questa nota di Domenico Cacopardo che ci illustra gli ultimi avvenimenti di Bruxelles. La « barocca e opaca liturgia » inventata dai burocrati dell’Unione, si mette in evidenza in questi giorni in modo quasi ridicolo e non si può dire che Domenico non abbia reso con perfezione tutto ciò. Non v'è dubbio, tuttavia, che la prospettiva di un accordo su un aggiustamento ragionevole indica la via di un’approvazione, seppur...condizionata al mantenimento delle promesse di riforma.

Nulla da eccepire su questo, curioso..se non alquanto bizzarro, atteggiamento della Commissione definita tra le righe da Domenico come una «scaduta compagnia». Quello che è accaduto potrebbe ascriversi ad un' opera teatrale tragicomica...ma il problema nel merito delle riforme nel nostro Paese resta e permane immenso. 

Non volendo per nulla apparire come uno di quegli osservatori invidiosi che fomentano disfattismo ed allarmismo, da cittadino di questo Paese..posso permettermi di riflettere nel merito delle riforme, in quanto risulta essere il principale problema che mi stuzzica da attento speculatore del funzionamento della politica.. quale io sono. 

I principi di alcuni osservatori come me.. si basano, non tanto sull' atteggiamento poco chiaro di una Commissione Europea..nè sul metodo già di per sé poco ortodosso ed indisponente con il quale il Premier si muove e di cui tanto ho scritto, ma sul merito di ciò che propone e cioè: Riforme costituzionali che non predispongono ad un'apertura verso una democrazia moderna e che, al contrario chiudono con forza ogni partecipazione ad ogni dialogo.... Una riforma sul lavoro che restringe e non aiuta a crescere poiché limitata alle regole e non arricchita di nuove iniziative.... Una riforma sulla giustizia che prevede il percorso breve di una estrema semplificazione e che non porta in sé alcuna idea per un vero meccanismo della sua funzionalità. 

Non si capisce quindi perchè..quando si parla di riforme, si rimanga fermi sul fatto che si stiano facendo, sottovalutando..anzi quasi omettendo.. la logica di una loro peculiare qualità e prerogativa.

Se.. a questo.. aggiungiamo il metodo delle continue fiducie espresse su ogni proposta di legge e le inopportune, se non del tutto irregolari deleghe al governo, governo definito dallo stesso Domenico, come un esecutivo composto da una stra-maggioranza di incompetenti.. .mi permetto di sottolineare che, il ridicolo o curioso atteggiamento della Commissione, può solo rappresentare il male minore delle problematiche odierne della politica del nostro Paese.

23 ott 2014

Nuovi dipartimenti in mancanza di valide idee

di vincenzo cacopardo
Nulla di nuovo nella rituale strategia comunicativa del Cavaliere
Non sapendo più cosa inventarsi e per poter apparire ancora come un rinato nuovo centrodestra, Berlusconi istituisce un nuovo dipartimento «Libertà civili e diritti umani» Lo fa per la lotta contro ogni discriminazione....qualcosa che nel passato non avrebbe mai pensato di fare! Ma sappiamo che le contraddizioni oggi non si contano...quanto, al contrario, conta l'aumento delle ipocrisie di una politica di comunicazione e d'interessi.

Berlusconi nella conferenza di presentazione appare brillante e talmente curato come fosse risuscitato, Mara Carfagna..accanto, con la nomina a dirigere il dipartimento sembra gioire, pur rappresentando in un certo senso,  sorpresa per un’investitura inaspettata: Ricordiamo tutti come la compagna del Cavaliere in questi ultimi tempi abbia portato avanti questa lotta con un certo attivismo nell'area riguardante gay e transessuali.

L'operazione sembra studiata e compare a pochi giorni dall'evento sprovveduto del sindaco di Roma Marino sulle unioni civili. Con queste parole «Oggi ci sono i tempi e le condizioni affinché la politica si dia da fare, lontana da pregiudizi e ideologie di parte, per trovare soluzioni in grado di riconoscere tutele, diritti e doveri a persone dello stesso sesso che abbiano deciso di condividere un percorso di vita», Forza Italia, non avendo più a cosa attaccarsi e volendo apparire innovatrice e paladina di innovazione sociale, si prodiga in favore della “libertà dei diritti civili”..Tanto inverosimile..quanto grottesco!

La trovata di inventarsi un dipartimento di questo genere per Forza Italia, la dice lunga sulla mancanza totale di idee in altre materie.. sulle quali.. questo partito.. non pare aver altro da aggiungere....Ormai tutto il resto, si dirige attraverso lo scellerato patto del Nazareno. Il cavaliere dovendo ormai lasciare lo spazio a chi oggi guida il nuovo ed autoritario percorso.. simile a quello che fu nel suo passato, si affida, contraddittoriamente, a principi e valori che nel passato, non avrebbe mai sognato doversi assegnare.
Lo fa attraverso un dipartimento, ossia con una apposita sezione che dovrà analizzare l'aspetto di tali circostanze in un contesto sociale ormai globalizzato che ha già iniziato questo percorso, già da tempo ed assai prima.



Un appunto sul nuovo articolo di Domenico Cacopardo



Non è il caso di accodarsi ai commentatori in marsina e parrucca che menano scandalo dai disguidi emersi tra Quirinale e presidenza del consiglio, sulla legge di stabilità. E sulla sua mancata bollinatura da parte della ragioneria generale dello Stato ad attestazione delle veridicità delle partite di bilancio e delle coperture.

Il tutto si iscrive nel capitolo insufficienze delle strutture di Palazzo Chigi, affidate a un endocrinologo (Delrio, segretario del consiglio dei ministri), a un dirigente del comune di Reggio Emilia (Bonaretti, segretario generale) e all’excomandante dei vigili urbani di Firenze (Manzione, capo del dipartimento affari legislativi e giuridici). Queste scelte del presidente del consiglio sono manifestazione di grave insicurezza nel padroneggiare collaboratori di serie A, come sarebbero quelli, anche giovani e giovanissimi, che potrebbero essere tratti dal Consiglio di Stato o dall’Avvocatura dello Stato, di sicuro capaci di realizzare le intenzioni di Renzi senza «arrière-pensée» o lentezze. Del resto, tanti suoi predecessori (tutt’altro che incapaci) affidarono con successo Palazzo Chigi a esponenti delle magistrature amministrative. Prima o dopo, ci arriverà, non c’è dubbio, vista la capacità di muovere uomini e strutture con cinica e implacabile decisione.

A questo punto, con le sfide che ha ingaggiato su tutti i fronti, infatti, c’è bisogno, intorno al «premier» del meglio della cultura economica, amministrativa e scientifica.

L’incidente dell’altro ieri dimostra che la sagacia politica e la sagacia di governo sono due cose diverse. Alla prima non necessariamente corrisponde la seconda e viceversa: l’ideale è che entrambe convivano nella medesima persona. In passato, il felice connubio s’è visto di De Gasperi, in Moro, in Andreotti (con il grave difetto dell’assenza di sensibilità strategica), in Craxi e in D’Alema. Quanto a Renzi, mentre è indiscutibile una eccellente capacità politica, c’è da aspettare la maturazione di quella di governo, in netto continuo miglioramento.

Ieri, abbiamo ascoltato il suo discorso al Senato in preparazione del vertice dei capi di governo dei 27 paesi, che presiederà, per la ragione del semestre italiano, da oggi, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra il beato Giovanni Paolo II, il papa guerriero.

E abbiamo apprezzato la capacità di collocare in un unico contesto i problemi della politica nazionale, europea ed extraeuropea. Un approccio razionale e sereno, da grande leader, che può aspirare a rafforzare il proprio ruolo nell’Unione, in un momento in cui, a parte la grigia Merkel, interlocutori di spicco non ce ne sono.

Le questioni nazionali, delle quali, vanamente, la Cgil tenta la drammatizzazione, vengono ridimensionate a ipofenomeni di una situazione complessivamente difficile e unitariamente governabile. Nel senso che siamo all’interno di una congiuntura continentale sulla quale non possiamo incidere positivamente. Solo aggravarla se l’avvitamento italiano dovesse continuare.

Quindi, le misure della legge di stabilità, contenute in limiti compatibili con lo sciagurato «Fiscal compact», troppo facilmente sottoscritto da Mario Monti, più commissario europeo che rappresentante italiano, debbono essere sostenute dall’Unione e dalla Bce, per combattere la recessione in corso. Ecco, dunque, le questioni comunitarie, che Renzi ormai maneggia con consapevole abilità, dal mancato collegamento Spagna-Francia con un gasdotto che allevierebbe la dipendenza dalla Russia, all’avanzamento politico-istituzionale, ai rapporti, appunto, con la Russia che deve essere recuperata al concerto internazionale, si tratti di G8 o di G20, per corresponzabilizzarla nella partita che stiamo giocando, dal Medio Oriente (Siria-Iraq), all’Ucraina. I medesimi rapporti tra Poroshenko e Putin vengono chiariti definendo il terreno della possibile soluzione del contenzioso (una Ukraina che rispetti le autonomie e l’identità del gruppo russofono). Salvo il fatto dell’annessione della Crimea che potrebbe essere il prezzo della pace.

È andato, col discorso, anche in Africa, il nostro «premier», segnalando la vastità dei rapporti che l’Italia coltiva nell’Africa nera, e le difficoltà della situazione libica.

Un bel discorso, di quelli che da tempo non si ascoltavano in Parlamento. Se dobbiamo ripetere un confronto, solo Craxi e D’Alema, negli ultimi trentacinque anni, hanno mostrato di saper interpretare e padroneggiare la politica internazionale al medesimo livello del nostro giovane Renzi.




Ha certamente ragione Domenico Cacopardo nella sua rappresentazione del giovane sindaco d'Italia, ma..se si vuole anche noi essere realisti..tutto sembra fermarsi ad un capace modo di esprimersi, dato il fatto che alla messa in prova.. Renzi ha dimostrato solo Di saper parlare per entusiasmare gli animi. 

Si ha la netta sensazione che sia messo lì proprio perchè capace di esprimersi col tono di chi entusiasma e infonde speranze. Basterebbe questo per qualificare una politica scadente ed irresponsabile. In realtà anche lui.... da furbo ed intelligente qual'è, sa bene che le reali difficoltà non potranno mai risolversi nel modo con il quale si esprime e che.. anche questa Europa..gli impone. Da qui l'identificazione di una figura che risulta di per sè assai ipocrita e che, per rendersi credibile usa la democrazia come fosse un gioco nel quale.. la prepotenza del suo determinismo.. finisce sempre col prevaricare. 

Sicuramente la somiglianza a Craxi è appropriata, ma Craxi era una figura più di statista (malgrado le personali pecche)...Le difficoltà del momento sono ben superiori e tanti economisti sanno bene che senza un sistema che allarga le maglie dei finanziamenti verso le aziende (anzicchè opprimerle) ed uno Stato che apre la strada ad una più libera economia.. attraverso un sistema più keynesiano che imposto dagli schemi di questa Comunità europea, nulla potrà mai risolversi. 

I discorsi sono belli ed anche più facili del contesto di una realtà che affligge giorno per giorno la società....occorre ben altro! Occorre lavoro..cantieri aperti..occorre dar fiducia alle iniziative..occorre aprire ad una economia reale più efficiente..occorre un fisco meno opprimente ..etc.. Sono cose che conosciamo bene e conosce anche il giovane premier, il quale gioca separatemente la sua ambiziosa carta di un personale successo..coperto da una politica che sta commettendo un crudele gioco delle parti per mantenere un personale potere sulle poltrone (vedasi la inverosimile staticità di un partito come il PD).

Quindi giusto lodare Renzi per la sua parlantina a 360 gradi..giusto lodarne un certo instancabile lavoro nel correre da una parte all'altra..ma facile anche comprenderne la sua evidente malafede nei confronti di un sistema di democrazia. Difficile apprezzare la sua limitata concezione sul tema del lavoro.. proposta solo in termini di regole, impossibile poter apprezzare riforme a danno dei pensionati, ed infine..non difficile riuscire a decifrarne quella caratteristica ipocrita insita nel suo Dna. 
Il paese vuole i fatti, l'economia non può attendere e la democrazia non può più essere mortificata..

22 ott 2014

Posizioni, analisi e critiche sul lavoro del "sindaco d'Italia"


Scrive il cugino domenico Cacopardo sulla gazzetta di Parma 
"Il partito della Nazione è forse la scelta migliore"


Le ultime settimane hanno rappresentato una svolta nel percorso del governo: il «jobs act» con la sua tumultuosa approvazione e la legge di stabilità segnano un discrimine e danno un senso preciso al cambiamento più volte annunciato.

Insomma, è tornata la politica e a nessuno è riconosciuto un diritto di veto: si tratti della Cgil, della minoranza Pd, della magistratura, la difesa delle posizioni di privilegio non morde di fronte al rinnovamento.

È successo varie volte nella storia recente, che l’onda delle novità condivise travolgesse ogni resistenza: basta pensare alla fine della Cortina di ferro, al crollo del Muro di Berlino, alla fine della prima Repubblica italiana e della Jugoslavia per capire come Renzi non sia la causa delle novità, ma l’effetto di esse. È l’unico politico che ha saputo coglierle e interpretarle.

Certo, sino a qualche settimana fa, la sensazione è stata soltanto di un mutamento dei toni, utile per l’archiviazione di parole d’ordine e concetti non più attuali. 

Ora, Matteo Renzi e il suo governo hanno compiuto il decollo che aspettavamo. Anche la direzione del Pd di lunedì ha mostrato il gap tra coloro che tornano sempre sul passato e il «leader» che dell’attualità è l’espressione.

La decisione di fare dell’erede di Pci e Dc, nel compromessino storico voluto da Prodi, il partito della Nazione introduce un altro risolutivo cambiamento di prospettiva. È la fine di collateralismi e bizantinismi e l’inizio di una strada che lo porterà a essere interprete delle diversità che animano il Paese e l’autore della necessaria sintesi politica. Un interprete interclassista, ovviamente.

Conseguente a questa scelta, è la decisione di modificare la legge elettorale «in itinere», passando dal premio di coalizione a quello di lista. Questo significa che i sondaggi danno a Renzi la (quasi) certezza di poter raggiungere la soglia da solo. Berlusconi dovrebbe accodarsi: è l’occasione che gli serve per riconquistare l’indiscussa leadership del centro-destra e partecipare alla riforma istituzionale.

La strada, quindi, è tracciata. 

Il successo di Renzi è evidente: così giovane, ma così istintivamente capace di scegliere la posizione centrale dello schieramento, di esprimere gli umori degli italiani, le istanze del mondo del lavoro, degli imprenditori, dei giovani. Se dobbiamo ricercare un altro politico puro che s’è assunto l’onere del governo in giovane età, dobbiamo citare Benito Mussolini, presidente del consiglio il 31 ottobre 1922, all’età di 39 anni (Renzi all’età di 39 anni, un mese e 11 giorni). E non c’è alcun intento diffamatorio nel richiamo. 

Oggi, comunque, la questione è la legge di stabilità, all’esame di Bruxelles insieme a quelle degli altri «partner». Paradossalmente, le difficoltà comunitarie possono aiutarci: se, alla fine, prevarrà l’orientamento di un’approvazione parziale, accompagnato da un elenco di riforme, con contenuti minimi e cronogramma, Renzi spazzerà via le resistenze, le «ultime raffiche del passato», e condurrà il Paese sulla via del risanamento e del rilancio.

Per quanto ci riguarda, non ci siamo iscritti al partito renziano. Continueremo, quindi, a osservare e a denunciare ciò che riterremo sbagliato.
domenico cacopardo


Il risanamento è assai lontano ..ed il cugino Cacopardo lo sa molto bene!
Ma quale risolutivo cambiamento? Quale decollo.. se non quello spinto da una determinazione che si manifesta quasi come un regime? Un andamento di chi, avendo lo scettro del comando (in mancanza di altre figure valide) assume una configurazione autoritaria...ipocritamente nascosta dietro una veste di democrazia. ..Il vuoto si scorgerà presto e le reazioni non mancheranno!

Non è una questione di collateralismi e bizantinismi, ma di vedere andare avanti in modo spudorato una figura ipocrita..in direzione di un sistema di democrazia...dimenticandosi volutamente delle sue principali regole! Di procedere per strade semplificative facili, di apparenza e non funzionali come si dovrebbe... Troppo facile se poi si ha solo una capacità comunicativa e l'appoggio di un sistema economico finanziario che finisce col deprimere ogni equilibrio fra le parti in favore di precisi interessi... Troppo semplice facendosi forte del retorico cinico pragmatismo che supera di gran lunga ogni equo valore di democrazia...elementare se persino si è premiati dal pensiero oltranzista dei tanti politici assoluti.. determinati.. e vuoti di idee. 

Quello che più colpisce è la frase usata dal cugino Domenico, frase che in sè rappresenta il naturale concetto dei tanti soddisfatti e succubi di un sistema nel quale vivono assenti o a spese di altri: 
"Insomma, è tornata la politica e a nessuno è riconosciuto un diritto di veto: si tratti della Cgil, della minoranza Pd, della magistratura, la difesa delle posizioni di privilegio non morde di fronte al rinnovamento. È successo varie volte nella storia recente, che l’onda delle novità condivise travolgesse ogni resistenza: basta pensare alla fine della Cortina di ferro, al crollo del Muro di Berlino, alla fine della prima Repubblica italiana e della Jugoslavia per capire come Renzi non sia la causa delle novità, ma l’effetto di esse. È l’unico politico che ha saputo coglierle e interpretarle"...

A prescindere dai paragoni un po' troppo azzardati con avvenimenti storici di portata diversa..dobbiamo credere che il sindaco d'Italia possa davvero essere l'effetto di questo momento storico, senza poterne restare preoccupati?..Senza poter reagire per l'ennesima volta all'autoritarismo di chi oggi ritiene di essere in grado di decidere le riforme condotte attraverso una lunga serie di fiducie e con una serie di ricatti che condizionano l'iter democratico del Paese?..

Al contrario di chi vive nell'ignoranza e sopravvive nel più nero cinismo..bisogna sapere che tutte le riforme di Renzi sono state imposte..ogni sua decisione condizionata..ogni suo convincimento condiviso con forza…Solo le idee innovative sono risultare mancanti..Quelle che oggi non sembrano esserci e che, al contrario, dovrebbero contare...Più Renzi avanza.. più la vera politica buona fa passi indietro o rimane assente!...

Se questo significa rinnovamento..viva il vecchio Cavaliere...viva il Duce..viva la forza determinata dei capi assoluti..viva chiunque in modo furbo ed ambizioso ci trascina verso la strada di un regime che per quanto appaia soft..sempre regime rimane ..e abbasso ogni buona forma di democrazia!
Viva questa Italia...cugino Domenico..
vincenzo cacopardo

21 ott 2014

Dubbi ed inquietudine sulla figura antitetica di un Premier

di vincenzo cacopardo
Una direzione del PD con un Renzi a tutto spiano.. che sciorina la sua personale visione rilanciando il Partito a vocazione maggioritaria, un "partito della Nazione" che riesca a parlare con tutti e fra tutti. Bisogna dare atto alle capacità di questo astuto maestro del verbo nel saper toccare i tanti temi della politica.. non ultimo.. quello riguardante il programma e la funzione del suo Partito. L'astuzia di invitare tutti al personale regno della “Leopolda” ( definita da Cuperlo come un partito parallelo). Una affettata carezza in direzione delle manifestazioni di piazza di iniziativa sindacale. Insomma... un segretario sicuramente dal dialogo sobrio che ha saputo cucire.. con opportunità .. tutti i punti più importanti che hanno sempre interessato la minoranza, la quale, malgrado tutto, ha manifestato ancora forti perplessità.

La sua proposta di un PD a vocazione maggioritaria suona più come una provocazione voluta proprio per alimentare una discussione in seno al partito ed al fine di anticipare ogni pretesto ed ogni critica con la minoranza . La sua idea è quella di formare il Partito predisponendolo ad una funzione maggioritaria (intenzione sempre voluta ed amata dal sindaco d'Italia) che possa raccogliere diverse realtà come Sel ed il partito, ormai semidefunto, di Scelta Civica..Renzi affronta questa proposta dichiarando che un partito che si estende allargandosi... non potrà che risultare più forte e robusto e quindi potrà guidare meglio le riforme volute. In questo modo e con diverse sfumature.....tra le quali alcune gratificazioni nei confronti di qualche presenza in direzione non del tutto convinta, Renzi si è avviato verso la proposta di legge elettorale che, sposandosi quasi naturalmente col concetto maggioritario bipolare, mette in evidenza tutta l'intenzione di chiudere le vecchie logiche politiche che non hanno mai portato serenità e stabilità ad ogni governo.

Renzi invoca l'Italicum, come strumento elettorale indispensabile che piace anche ad altre forze oggi governative come NCD, un meccanismo che consentirà al suo Partito ogni maggioranza tale da poter dettare legge, ma lo fa con scaltrezza...lo fa accennando proprio a quell'allargamento che consentirà ai piccoli partiti restanti di inserirsi in seno al proprio...(successivamente divorandoli) ..lo fa affermando che il PD è il partito maggioritario della Nazione e deve poter usufruire degli strumenti elettorali che gli consentano un'affermazione. La sua asserzione successiva è chiara ed assoluta "Il Pd è un partito che vince per fare una legge elettorale in cui sia chiaro chi vince. ..Un'altro di quei suoi slogan.. di cui si è perso il conto...

Il suo monologo continua, secondo una logica chiara del tutto personale e non priva di quel deleterio pragmatismo che spesso non aiuta ogni dialogo politico: Grillo è una coalizione a sè, il centrosinistra è di fatto il Pd, il centrodestra è frammentato e non ricomponibile, allora è più rappresentativo del Paese un premio al primo partito". Non esita successivamente ad esternare quella che per lui rappresenta una chiara realtà alla quale tutti bisogna rassegnarsi : O il PD si allarga rappresentando l'unico vero partito maggioritario in alternativa con una possibile futura destra o potrà uscire vittoriosa quella matrice populista e demagogica delle piazze e di chi non sta col sistema...

Tra gli interventi della minoranza il più sentito è stato quello di Cuperlo che in tono schietto, ma anche esplicativo, ha chiesto a Renzi di spiegare cosa in realtà fosse davvero la Leopolda. Cuperlo conosce bene il Partito e sa che le correnti hanno sempre dominato al suo interno e per questo chiede più chiarezza..asserendo che se davvero si deve essere uniti... non bisogna farlo solo in modo figurativo, lasciando poi, dopo ogni dibattito interno, la gestione del partito in mano a quote di un partito parallelo. Cuperlo, malgrado l'ambizione del segretario, insiste sulla coerenza e sul rispetto che si deve all'interno del partito e non dando l'illusione di fare apparire all'esterno di esso, ciò che in realtà non esiste.

Sembra chiaro.. dopo questo dibattito interno..perfettamente indirizzato dal sindaco d'Italia, che Renzi apra una certa campagna acquisti dei tanti transfughi dei partiti più piccoli. E' difficile potervi vedere alleanze o patti, se non una mira ambiziosa a vocazione maggioritaria di stampo veltroniano. Una mira che per Renzi rappresenta la chiusura di un cerchio che possa consentirgli una governabilità futura lunga e serena, anche per via del fatto che dall'altra parte non esiste più chi... come Berlusconi... possa insidiarne il potere.

Ma cerchiamo adesso bene di capire quali possono essere le ragioni per le quali le mire di una figura ambiziosa se pur capace con le parole... come Renzi, possa destare inquietudine in un contesto politico in cui si vuole tendere a chiudere ogni voce dei piccoli a beneficio di una governabilità stabile ma insensata poiché priva di quei caratteri essenziali di una democrazia che si vorrebbe a favore del popolo.

Abbiamo più volte sottolineato l'importanza che ha in un'azione politica qualla fase di passaggio che il nostro sistema muove in direzione di una governabilità indiretta che, per ovvie ragioni, non potrebbe essere diretta dal popolo. Un passaggio che, in teoria, dovrebbe vedere nelle elezioni, il vero funzionamento di costruzione di un impianto in favore dei cittadini e che, al contrario, finisce col non tener conto del loro pensiero. Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri dovrebbero essere ancora le basi della democrazia rappresentativa moderna.

Fatta questa opportuna premessa..oggi Renzi vorrebbe dimostrare di avanzare in direzione di una politica nuova che non percepisce più una differenza tra le vecchie ideologie destra-sinistra (e questo potrebbe anche essere positivo), ma in realtà il suo modo di procedere, malgrado la forte arte comunicativa, rimane vecchio e legato ad una tangibilità istituzionale contro la quale difficilmente lui vorrebbe opporsi. Il suo non è un vero cambiamento sistemico, ma al contrario, legato ai vecchi modi di far politica. Persino la sua permanenza in seno ad un partito.. ormai inesistente in termini di programmi di sinistra... è stata poco convincente. Avrebbe già da tempo.. dovuto costruire un nuovo movimento (facendosi forte della sua Leopolda) con il quale avrebbe potuto affrontare con maggior innovazione il cambiamento, realizzando.. con minore ipocrisia... un futuro politico più nuovo.

Renzi rimane una figura legata al potere ormai costituito e quindi poco asistemica in termini di innovazione, infatti difetta di idee nuove, propone iniziative su regolamenti e non rivoluzionarie per una vera crescita. Una figura fortemente legata ai temi amministrativi e meno alla ricerca di una politica di innovazione.
Quando per il suo modo di procedere manifesta che non esiste più destra e sinistra... la sua permanenza nel vecchio Partito non avrebbe ragione di esistere... se non per poter trovare quella forza capace di rendergli un interesse... Se queste vecchie ideologie sono per lui desuete ed inutili, per quale ragione ricerca modelli bipolari basati sulle stesse? Quali sono le vere novità del suo ipocrita cambiamento se poi, in realtà si vuole tendere a chiudere la voce dei tanti piccoli partiti che rappresentano sempre la voce del popolo? Una vera rivoluzione andrebbe in realtà fatta al contrario!..Quale è il suo vero stravolgimento di un sistema di far politica... quando le sue proposte non dimostrano in realtà alcun significativo cambiamento in ambito istituzionale.. se non quello di semplificare mortificando la funzionalità di cui oggi si necessita?

Una certa inquietudine può essere quindi giustificata se in più..la sua crescita viene esaltata principalmente figurativamente.... non lasciando presagire all'orizzonte nessuna reazione positiva in termini di idee da parte di un'altra politica.