31 dic 2014

Analisi e commento su un articolo di Domenico Cacopardo 31 dic. 2014



Certo, governare significa imbattersi quotidianamente in interessi contrapposti, tra i quali è necessario mediare.

La novità annunciata da Renzi consisteva nell’imboccare senza incertezze il cambiamento («L’Italia cambia verso» il suo slogan) abbandonando la via del compromesso in favore di coerenti pacchetti di norme, rivolte a riformare il tanto di decrepito e inaccettabile che impedisce alla Nazione di riprendere la sua strada.

Purtroppo, alle parole non sono seguiti fatti del medesimo segno. Anzi. 

Senza tornare sul «Jobs act», le cui sgangheratezze emergono ogni giorno di più (ma l’abbiamo scritto sin da quando Renzi s’è insediato a Palazzo Chigi che la sua squadra era inadeguata), soffermiamoci sul decreto Milleproroghe appena approvato dal governo. 

In esso il ministro Lupi, l’assente della vicenda Mose, è riuscito a fare inserire due nuovi regali alle società di gestione autostradale.

Il primo consiste in ulteriori sei mesi di tempo (nuova scadenza il 30.6.2015) per presentare le proposte definitive per l’integrazione tra tratte diverse tra loro (per dirne una il raccordo Autobrennero-Autocisa), in modo da raccogliere il beneficio introdotto dallo Sblocca-Italia: il rinnovo automatico delle concessioni correlato agli investimenti per l’integrazione medesima.

La norma dello Sblocca-Italia è sicuramente contraria alle norme comunitarie in materia di concorrenza.

Il secondo riguarda nuovi aumenti delle tariffe, cresciute negli ultimi anni ben al di là dell’inflazione programmata e di quella reale.

Da tempo tutto il sistema delle concessioni autostradali con il dominio dell’Aiscat (l’associazione delle imprese di gestione) puzza e puzza molto. Non solo per il sistematico aumento delle tariffe, ingiustificabile in periodo di recessione, di assenza di inflazione e di costi sostanzialmente stabili, ma anche per la modestia degli investimenti correlati, visto i tempi biblici per la realizzazione delle nuove opere. Basti pensare alla Variante di valico sulla Bologna-Firenze, la cui inaugurazione è prevista per la fine del 2015, oltre dieci anni dopo l’avvio dei lavori (il protrarsi dei lavori provocato da un ben controllato –cioè contenuto- flusso finanziario). 

L’aspetto più critico del sistema è la sua totale opacità.

Partiamo dall’inizio: la rete di autostrade italiane è stata realizzata per il contributo finanziario dello Stato (in conto capitale e/o in conto interessi) e degli italiani (tariffe). I gestori non hanno corso alcun rischio imprenditoriale, salvo quello relativo alle proprie inefficienze e incapacità organizzative.

Nei primi quarant’anni, l’operazione risultava accettabile in quanto gran parte dei concessionari era di proprietà dello Stato o degli enti locali e, quindi, un certo perseguimento di fini non meramente speculativi poteva essere immaginato e riscontrato. 

La privatizzazione degli anni ’90 avvenne con modalità molto criticate e che considero inaccettabili, visto che il compratore di Autostrade acquistò indebitandosi con il sistema finanziario nazionale, talché negli anni successivi gli utili di gestione servirono in gran parte a restituire alle banche il capitale ricevuto in prestito e per pagarne gli interessi.

C’era una sola cosa da fare, sin dall’inizio, cioè sin dal primo aumento di tariffe e proroga delle concessioni (ministro Di Pietro): verificare, non tramite gli uffici dell’Anas ma per mezzo di un «audit» approfondito affidato a un soggetto esterno specializzato (ce ne sono tanti di prestigio e indipendenti), i dati economico-finanziari e quelli tecnico-progettuali prospettati dalle società autostradali e rendere tutto pubblico. Compreso il delicato aspetto della cosiddetta «riserva», la quota cioè di lavori che i concessionari dichiarano di realizzare «in-house», mediante, cioè, imprese di costruzioni partecipate. 

Se Renzi intende dare sostanza alle proprie affermazioni di rinnovamento, questa è l’occasione per fare chiarezza. Lasci perdere le pressioni di Lupi, consulti Raffaele Cantone, commissario anticorruzione, disponga la «due diligence» che occorre e, solo dopo avere esaminato i risultati di questo lavoro, decida sul futuro di concessioni e tariffe. Meno corda ai soliti marpioni del sistema, più trasparenza e interesse pubblico.
domenico cacopardo


Se governare rimane uno scopo... gli interessi saranno sempre contrapposti..se diventa un fine ..gli interessi potranno essere comuni

Il tema della privatizzazione toccato da Domenico corrisponde ad un teorema secondo il quale se lo Stato concede il diritto ad espletare determinate attività economiche, in certe condizioni..il sistema privato può conseguire gli stessi obiettivi di equità che sono alla base delle necessità di nazionalizzazione. Ciò significa che se ne vengono soddisfatte alcune condizioni, il privato può sostituirsi al pubblico senza alcun danno per il welfare. Una di queste condizioni è la concorrenza perfetta, ma le probabilità che le condizioni vengano soddisfatte non è sempre il fine auspicato.

E' strano.. come ancora non si riesca a comprendere quanto sia impossibile modificare un processo di regole ormai intrise in un sistema...quando questo non intende essere cambiato alla base! 

Sappiamo ormai bene che tra le parole di Renzi ed i fatti ci passa un fiume che non potrà mai permettere un vero cambiamento in positivo. Malgrado ciò sembriamo costretti come pecore a seguire un falso cambiamento poiché non siamo in grado di immaginare attraverso una nuova forma mentis ed una ricerca più adatta a modificare il sistema politico istituzionale.  E' vero..non esistono verità assolute sulla materia..ma non è detto che non vadano ricercate strade più funzionali...

Tornando al governo ed a quello che Domenico definisce la ineguatezza della squadra che attornia il sindaco d'Italia, non possiamo più meravigliarci di ciò che quotidianamente appare. Domenico, con la sua analisi, pone la problematica avidente sul tema autostradale....ma vi sarebbero altri temi ancora più delicati sui quali soffermarsi ben più importanti, non ultimo proprio quello sulla crescita che non potrà mai essere supportato dalle semplici regole del suo “jobs act”.: sappiamo bene che per una vera crescita è necessario proporre idee di sviluppo su temi precisi (startup – mezzogiorno - sistema creditizio - innovazione del mercato - nuova fiscalità..etc).

Per non parlare poi del tema giustizia ancora impantanato su proposte inadeguate e non favorevoli alla stessa sicurezza del Paese.

Il testo del decreto-legge n. 133 del 12 settembre 2014 detto ''Sblocca Italia'', coordinato con la Legge di conversione numero 164 reca le misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, ma anche temi di innovazione e sicurezza come.. la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica e l'emergenza del dissesto idrogeologico. Materie assai più importanti nel contesto odierno che sembrano quasi sottovalutate da una mediocrità di un governo quasi alla deriva ed imposto come ultima spiaggia.

Come si fa quindi a non comprendere l'importanza di un diverso cambiamento che non può più marciare ancora attraverso vecchi meccanismi ed ingranaggi istituzionali inadeguati..facendo solo forza su una falsa comunicazione e su un simulato gioco di rottamazione.
vincenzo cacopardo

30 dic 2014

Nuove ricerche per un funzionale cambiamento della politica



Perchè sarebbe utile ricercare una strada innovativa e non di continuo compromesso tra i ruoli.....
di vincenzo cacopardo

Bisogna capire che se oggi il sistema politico rimane marcio e poco funzionale è perchè pur partendo dal basso verso l’alto, ritorna in basso filtrando tra due Camere per pura ratificazione e senza un vero funzionamento democratico escludendo ogni diritto di vera partecipazione del cittadino. Lo stesso, anzi peggio, varrebbe nella eventuale soluzione di una sola Camera.(Sappiamo tutti come i capogruppi sull'ordine dei Partiti impongono il voto non dando mai opportunità ai parlamentari di esprimersi liberamente).
Il compito più sano della politica nei confronti di un sistema che si vorrebbe democratico dovrebbe poter vedere partire dal basso le proposte dei cittadini per arrivare in alto in due diverse fasi elettorali (legislativa di ricerca ed amministrativa di governo).

Un esecutivo potrà amministrare in modo pratico, fattivo e funzionale mentre un’altra azione costruttiva potrà salire verso l’alto in modo dinamico con un indirizzo politico di merito spinto dalle continue proposte dei legislatori in contatto con le “officine di ricerca dei Partiti” e con i cittadini. In tal modo sarà una vera politica a guidare il Governo attraverso una decisa spinta costruttiva che i Partiti (rinnovati e disciplinati all'uopo) potranno guidare. Rimane.. dunque... fondamentale il fatto che nessuna personalità debba poter rivestire simultaneamente i diversi ruoli politici (parlamentari e/o amministrativi.)

Occorrerebbe un disegno più rivoluzionario che di semplice cambiamento e adattamento al sistema attuale.. sul quale impostare una innovativa ricerca di percorso. Un percorso che vorrebbe costruirsi attraverso l’uso di appositi “piani programma” per la definizione di una strada che possa rendere più stabilità al Governo senza intaccare la guida Parlamentare sulla quale si fonda il principio della nostra Repubblica:

Uno studio per la ricerca di una politica funzionale per ruoli.

1- Una politica di ricerca e di idee diretta verso un consenso dei piani programma portati dai Partiti che indicheranno anche proprie liste (candidati legati al preciso patto programmatico) supportata da un sistema elettorale proporzionale. ( i Partiti, opportunamente ristrutturati, avranno quindi una precisa direttiva e cioè quella di studiare con i cittadini un programma per la nuova legislatura) Scelti i relativi Partiti..si determinerà una sfida elettorale incentrata esclusivamente sulle linee programmatiche. I Partiti dovranno perciò rendersi convincenti nei confronti dei cittadini attraverso la condivisione del proprio programma per ottenere un reale consenso..anche in relazione al fatto che i propri eletti in Parlamento, non potranno usufruire di alcun potere amministrativo sulla governabilità…ma solo sulle idee e le relative normative.

2-Una politica di amministrazione per l’attuazione del programma, con una lista di candidati amministratori per l'altra Camera, eletti attraverso un sistema più ristretto, poiché valutati per i propri meriti, le capacità ed i loro curricula. Diverso.. infatti.. dovrebbe essere il sistema delle elezioni degli amministratori che se eletti non avrebbero alcun potere sulla fase normativa del programma ..se non in termini di metodo nei punti più salienti..Potranno definire un governo votato al loro interno.

In tal modo nessun Partito potrà esprimere candidati per il ruolo amministrativo e nessun ruolo governativo potrà influire sui Partiti e sulle idee del programma. Ecco la ragione per la quale l'uso delle due Camere, se poste in modo ideativo e funzionale per ruoli sarebbe assai più utile che il semplificativo taglio di una di esse. (Il risparmio potrebbe venire dalla diminuzione dei componenti e soprattutto dal dimezzamento della indennità e di evidenti inutili benefici.)..Ma l'importanza della funzione rimane superiore a qualunque risparmio

Ovviamente la ricerca di una maggioranza andrebbe ricercata e studiata con attenzione in base al programma più votato.
In questo quadro la figura di un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo sarebbe utile. Un Presidente che, pur con gli stessi poteri limitati, possa esercitare un fondamentale potere di controllo e garanzia ad un tale sistema elettorale.

Conosciamo i dubbi e le difficoltà poste da un simile cambiamento e sappiamo bene che il primo passo rimane sicuramente una modifica del testo della “Costituzione” in riferimento alla politica elettorale, per un rinnovamento utile ad un cambiamento delle stesse procedure: Un cambiamento che possa contraddistinguere con equilibrio i ruoli ed i compiti della politica. Sappiamo anche che nulla potrà’ essere definito se non in dialogo e con la partecipazione di chi aspira associarsi ad un principio di vera innovazione del sistema istituzionale. Sembra quindi ovvio ed opportuno chiarire che un simile cambiamento non potrebbe sortire alcun successo se non studiato nel dettaglio ed operato con un percorso che possa individuare precise fasi di necessità ma anche chiari e possibili piani di fattibilità.

La ricerca dovrebbe sempre e comunque rimanere aperta alle idee verso l'innovazione..




27 dic 2014

L'attesa nomina presidenziale



di vincenzo cacopardo

Il mondo della politica italiana ed internazionale in fermento per la imminente nomina del nuovo Capo dello Stato. Come è ormai certo il vecchio presidente Napolitano abbandona il campo..lasciando dietro grandi problematiche ancora irrisolte in direzione del cambiamento. Ma sarà davvero un cambiamento utile? Sarà in favore di un vero funzionale uso della politica democratica?..O forse le figure proposte saranno condizionate dalla politica disinvolta che il sindaco d'Italia continua a promuovere?

Se dovessi esprimere un pensiero in merito, nel pieno rispetto delle stesse figure ...tre nomi mi verrebbero in mente..non suggeriti dal personale pensiero politico, ma come probabili candidati in favore di una linea di percorso della odierna e semplificativa politica di Matteo Renzi.

Il primo è il neo sottosegretario alla presidenza Del Rio: scelta sicuramente privilegiata da Renzi poiché uomo di fiducia che potrebbe tornargli utile per il suo programma negli anni a seguire. Del Rio non porrebbe alcun ostacolo all'incedere semplificativo del progetto istituzionale e costituzionale promosso in favore di un cambiamento verso quel bipartitismo tanto desiderato dal sindaco d'Italia.


Il secondo candidato... (anch'esso.. in un certo senso... di gradimento a Renzi).. che troverebbe un buon appoggio di un'ala moderata e di una buona parte della attuale destra Berlusconiana (anche in considerazione del nome che porta) potrebbe essere quello di Enrico Letta. In questo modo il Premier potrebbe far dimenticare il suo gesto autoritario nei confronti di chi lo ha molto criticato per la sua obbligata rimozione e riconquistarsi parte degli animi bollenti in seno al proprio Partito. Non dimentichiamo inoltre che Letta è molto legato ai poteri forti di chi in Europa detta la politica..Membro dell'Aspen Institute Italia che si occupa dell'internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese. L'Istituto... in cui spiccano i nomi di Amato e lo zio Gianni Letta (senza togliere alcun merito alla figura a modo di Enrico Letta) concentra la propria attenzione verso i problemi e le sfide più attuali della politica, dell'economia, della cultura e della società, con un'attenzione particolare alla business community italiana e internazionale.

Il terzo candidato è quello che forse più desidererebbe la Merkel e cioè Mario Draghi e che non arrecherebbe ostacoli al percorso di Renzi, ma che lo accompagnerebbe in un progetto economico europeo ancora più rigido ed intransigente. La scelta dell' economista, banchiere e manager italiano, libererebbe il posto della presidenza della BCE, posto che tanto fa gola alla stessa Merkel che imporrebbe di sicuro un suo fedele economista..In tal modo ottenendo due risultato utili: Una scelta di sicuro meno desiderabile poiché tecnica.. imposta in favore di una politica economica internazionale e non in un concetto di equilibri politici che appartengono al nostro Paese... come di norma si dovrebbe.

Resta il fatto che chiunque dei tre farebbe comodo al Premier Italiano il quale.. si riserverebbe altro tempo utile al suo processo di riforme (tanto semplificativo..quanto poco funzionale ad un processo costituzionale e di vera democrazia), senza dover ricorrere ad un voto i cui risultati oggi non sembrano più scontati come quelli di qualche mese addietro.

Francesco..Pastore dal profondo sentimento umano


La tenerezza di Dio e quella degli uomini....di vincenzo cacopardo

Una vera rivoluzione senza limiti... suggerita con la guida evangelica del sentimento dell'amore. Papa Francesco ha fornito un'ulteriore messaggio alla società ed alla politica. Parlando di “bisogno di tenerezza” ha posto questa esigenza nel mondo come fondamentale per l'intera crescita sociale.

Nella Basilica Vaticana, davanti al Bambinello che il Papa porta di persona nel presepe in fondo a San Pietro, il Pontefice ha dato un ulteriore segno della sua vitale ed umana presenza con un'omelia nella quale ha posto la tenerezza come un segno rivoluzionario facente parte del Vangelo. In riferimento al miracolo di quel bambino-sole che rischiara l'orizzonte dall'alto: «Egli ha assunto la nostra fragilità, la nostra sofferenza, le nostre angosce, i nostri desideri e i nostri limiti. Il messaggio che tutti aspettavano, quello che tutti cercavano nel profondo della propria anima, non era altro che la tenerezza di Dio: Dio che ci guarda con occhi colmi di affetto, che accetta la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

Questo richiamo alla tenerezza di Dio è un messaggio forte.. ricco di semplicità e deferenza..che il Pontefice stigmatizza nella presenza di Dio, ma che, in realtà dovrebbe far meditare l'uomo: Secondo Francesco Dio ci guarda con immenso affetto, ci guarda con occhi colmi di affetto..accetta la nostra miseria e la nostra piccolezza...

La visione straordinaria di Francesco è quella di vedere Dio come un gigante che si inchina verso noi attraverso la tenerezza e non la percezione assoluta di chi ci comanda e pretende la devozione.... Questa è sicuramente una concezione più che rivoluzionaria che dovrebbe far rifletterci. Il Papa si domanda: -Come accogliamo invece noi questa tenerezza? ..ci lasciamo raggiungere?..ci lasciamo avvicinare? Ci lasciamo abbracciare?

Papa Francesco sembra aver colto ancora una volta nel segno gli animi di chi pone il sentimento umano in cima ai valori fondamentali senza i quali ogni speranza resta inutile. Al di là di qualsiasi visione cristiana o non...senza questa sua umile e profonda sensibilità umana.. non si sarebbe mai arrivati a pensare ad un Dio che quasi si inchina di fronte all'uomo in un abbraccio comune di tenerezza..indicandolo come presupposto fondamentale per la nostra stessa crescita sociale. Un ulteriore richiamo alla solidarietà ed all'amore comune, proposto nell'ambito della nascita di Cristo, ma anche un richiamo politico all'essenziale bisogno di umiltà che per il rispetto che si deve all'essere umano.




"il topolino Renzi" di Domenico Cacopardo



di domenico Cacopardo
Se non proprio un topolino, alla vigilia di Natale Matteo Renzi e i suoi ministri hanno approvato e messo in circolazione un prodotto seriamente difettato. Ci riferiamo all’ennesima versione dell’art. 18 e, in particolare, ai licenziamenti disciplinari. Per essi, con la nuova normativa, il giudice potrà (su ricorso del licenziando) verificare la fondatezza della mancanza disciplinare alla base del licenziamento. 

Poiché –ed è un fatto ampiamente dimostrato- la magistratura militante (di manifeste simpatie per il veteromarxismo massimalista) è molto presente nelle sezioni del lavoro, è facile immaginare che spesso la verifica della mancanza disciplinare sarà negativa e, quindi, il lavoratore licenziato otterrà per via giudiziale il pieno reintegro in azienda. 

Nell’operazione ‘verifica’ un ruolo determinante l’avrà il sindacato, i cui iscritti potranno con le loro testimonianze non disinteressate pilotare indirettamente le decisioni del giudice di turno (perciò rimane intatto o quasi l’anomalo potere dell’apparato sindacale in fabbrica).

Mente, quindi, la segretaria della Cgil Camusso quando attacca il governo accusandolo di avere eliminato le tutele previste dall’ordinamento. E mente –è probabile- perché non può manifestare soddisfazione per la via d’uscita trovata dal ministro Poletti e dagli «staff» di presidenza e ministero del lavoro, smentendo perciò se stessa e alcuni mesi di forsennata campagna verbale contro il «jobs act» e uno sciopero generale di parziale (molto parziale) riuscita.

L’aspetto peggiore della soluzione trovata è che non incide sull’incertezza del diritto che presiede al mondo del lavoro privato. Infatti, con l’apertura di questo genere di porta nel licenziamento disciplinare si verificheranno innumerevoli casi di sentenze contrastanti di reintegro o di conferma. Gli imprenditori non potranno fare alcun affidamento nella nuova norma, a meno di non effettuare una mappatura (illegale) delle simpatie politiche dei giudici del lavoro nei vari distretti giudiziari. 

È, purtroppo, venuto meno ancora una volta il principio di ragionevolezza che deve improntare la legge, rendendola leggibile, interpretabile, applicabile.

Il seme della gramigna che è germogliato il 24 dicembre è stato piantato nella direzione del Pd che definì una sorta di compromesso tra Renzi e le minoranze, tutte tese a svuotare il senso e i contenuti della riforma del mercato del lavoro impostata dal governo. Le fumose formule usate nel documento finale, trasfuse poi in emendamenti alla legge di delega, hanno spinto alla retromarcia di cui parliamo e di cui, di sicuro, il medesimo «premier» non ha valutato tutto l’effetto destabilizzante.

In un barlume di verità, accesosi per un attimo, nella come sempre scoppiettante e propagandistica conferenza stampa postconsiglio, Renzi ha ammesso due cose: che la rimozione dell’accertamento giudiziale delle mancanze disciplinari sarebbe stata un «eccesso di delega», rivelando in questo modo che il «vizio» è nel testo finale approvato dal Parlamento. E che questo testo è il frutto avvelenato di un compromesso tra la destra, rectius tra il «Nuovo Centro Destra» presente nella coalizione di governo e, in sostanza, la minoranza del Pd. Che, insomma, non poteva fare di più. 

Il che, per un deciso riformista, come vuol apparire Renzi è peggio che annunciare un fallimento, riconoscendo che la sua forza politica è così limitata dagli irrisolti contrasti interni al suo partito da impedirgli di portare a compimento una riforma coerente e totalmente efficace. Questo non significa sottovalutare i suoi sforzi e i suoi risultati, ma metterne in evidenza le difficoltà.

Una conferma della fase calante che sta attraversando.

Ne uscirà solo se saprà guidare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Tanti, troppi lo aspettano al varco, mentre le munizioni di cui dispone sono chiaramente inadeguate. Solo un colpo di genio (di cui è capace) e un’attenta tessitura potranno evitargli la sconfitta.































24 dic 2014

Palermo nel baratro delle incomprensibili amministrazioni



Vi sono poche risorse, ma ciò che manca soprattutto sono le idee e l'intuizione di ciò che risulta primario”


Non vi è una amministrazione che al comune di Palermo abbia offerto il lavoro più utile per l' essenziale sviluppo della città. Una città tanto bella quanto abbandonata nell'importante funzionamento dei principali servizi..primo fra tutti quello dell'imponente traffico esistente. Il percorso primario di ogni amministrazione è sempre stato quello di premiare la cultura artistica della particolare città, ma sappiamo bene quanto sia difficile mettere in mostra tali bellezze artistiche senza curarsi prima di un profilo più utile oggi rappresentato dall'imponente traffico.

Gli argomenti del traffico e della ricerca di efficace circolazione in questa città sono sempre stati poco considerati ed a volte persino ignorati. Nessuna amministrazione, tantomeno quella odierna, si è posta la domanda essenziale di come tanto cambierebbe se si studiasse con attenzione la possibilità di spingere la circolazione per flussi in modo più logico ed ordinato. La possibilità sarebbe data dalla attenta ricerca di circolari esterne ed interne a senso unico e dall'inserimento di alcune arterie di collegamento a doppio senso (anche dette strade di interconnessione) che potrebbero spingere il traffico in modo più razionale verso le tante altre vie che potrebbero adattarsi ad un unico senso di marcia. Lo studio impegnativo (sicuramente non facile) che ha bisogno di un'attenta ricerca, non è mai stato preso in considerazione nonostante ogni grande città del nord abbia previsto l'importanza della funzione delle circolari.


Il problema del traffico è associato a quello delle zone di sosta. Grazie alla possibilità delle circolari ed il defluire del traffico farebbe nascere una gran quantità di zone di parcheggio. Anche qui l'amministrazione pare dormire ed adattarsi alle soluzioni precarie delle strisce blu con grande indignazione dei cittadini i quali restano sempre succubi di scelte poco logiche e penalizzanti.

Palermo si culla sui temi della cultura che ha sempre rappresentato l'abito con il quale si è sempre mostrata... ma non si può nascondere come questo vestito non sia più confacente con il trasandato contorno che appare ormai dimesso e decadente.... Abbandonato ad un destino contro il quale nessuno sembra in grado di reagire con la forza di nuove idee.

Senza una soluzione del traffico e della circolazione ..senza quella delle zone di parcheggio..senza la definizione delle vie più utili per il trasporto pubblico, non si risolve quello della pulizia e dell'ordine..ma nemmeno quello di una cultura civica. Palermo.. da questo punto di vista.. soffre più delle altre città anche in considerazione che non riesce a metter in buona mostra l'immenso patrimonio artistico che la arricchisce.
vincenzo cacopardo
post correlato http://vincenzocacopardo.blogspot.it/p/la-problematica-concernente-il-traffico.html

23 dic 2014

IL BILANCIO DI UN PRESIDENTE DISCUSSO



Sul bilancio del quasi novennio del nostro presidente della Repubblica Domenico Cacopardo scrive: 

"Nei prossimi giorni, Giorgio Napolitano lascerà la carica di presidente della Repubblica. Gli occhi si appunteranno su Montecitorio, luogo del collegio elettorale (deputati, senatori, rappresentanti delle regioni e delle provincie autonome) che procederà alla elezione del successore.

È tempo per qualche considerazione conclusiva sul suo mandato, per la prima volta duplice, dato che il 20 aprile del 2013, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, è stato ricondotto al Quirinale.

Sembrerà banale ricordarlo, ma Napolitano viene dopo un presidente interventista e manovriero bel al di là dei limiti costituzionali come Oscar Luigi Scalfaro, e dopo un mediocre uomo di banca come Carlo Azeglio Ciampi. 
2006: lo stato della Patria è critico. Le elezioni appena svoltesi non hanno dato un vincitore certo, anche se Romano Prodi ha dichiarato di esserlo. L’instabilità è, quindi, la cifra specifica con cui inizia il mandato presidenziale. Caratterizzerà tutti gli otto anni e mezzo successivi.
Il governo Prodi cade per rapida consunzione del 2008. 
Nuove elezioni danno la maggioranza a Berlusconi, ma ben presto proprie personali incapacità e interventi anomali (un vero e proprio ultimatum di Trichet, presidente della Bce, controfirmato da Draghi, governatore della Banca d’Italia, una sorta di golpe delle autorità finanziarie) spengono la vita del suo governo. L’Italia è colpita dalla speculazione internazionale («spread» Italia-Germania oltre i 500 punti) e dallo sbandamento dei partiti, incapaci di convenire su una qualsiasi piattaforma difensiva. 
Napolitano, forse indotto da autorevoli suggerimenti (Angela Merkel?), nomina presidente del consiglio Mario Monti, un professore di economia, beneficiato da un’inattesa designazione a senatore a vita, alla testa di un governo tecnico. L’Italia è commissariata, visti i precedenti da euroburocrate del «premier». Infatti, nel giro di pochi mesi, firma il Fiscal Compact (l’accordo europeo che stringe i paesi in difficoltà in una camicia di ferro di rigore, la cui più evidente espressione è l’impegno di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni) e ottiene l’introduzione in Costituzione dell’obbligo di pareggio del bilancio. I partiti, senza bussola politica, approvano tutto.
Anche le nuove elezioni del 2013 si concludono senza una maggioranza definita. Qui, il ruolo del Quirinale è ancora più evidente: dopo alcuni maldestri tentativi di Bersani, emerge l’impossibilità di una maggioranza coerente. 
Napolitano promuove un accordo sinistra-destra e nomina presidente del consiglio Enrico Letta. Nasce un gabinetto debole e incerto, in cui le accertate qualità del primo ministro non riescono ad affermarsi, mentre tutte le sue indecisioni e incertezze pesano come macigni sul Paese.
In casa Pd, emerge un giovanissimo leader, Renzi, che, preso il partito, il 22 febbraio 2014 conquista la «premiership». Questi i tormenti degli ultimi otto anni. A essi Napolitano ha risposto con un interventismo ben oltre la Costituzione, ma ben dentro le emergenze della Nazione, cercando di scongiurare un ulteriore degrado, in fondo al quale c’è un baratro oscuro. Com’è naturale, molte voci critiche si sono levate in tante occasioni. Soprattutto riguardo alle interferenze sui nomi dei ministri. 

Oggi, però, alla vigilia di un difficile confronto parlamentare per l’elezione di un nuovo presidente, è meglio accantonarle. Se siamo ancora qui, vivi e vegeti, anche se variamente ammaccati, gran parte del merito va riconosciuto proprio a lui, a Giorgio Napolitano: non un figurante della Storia, ma un protagonista."
domenico cacopardo


Ho sempre difeso l'operato del nostro anziano Presidente e gli riconosco meriti, oltre che di pazienza, di un equilibrio non comune. E' vero che si sia trovato a dover fare i conti con una politica degenerativa e spesso insensibile alle funzioni spettanti, ma è anche vero che è stato costretto a sopperirvi attraverso manovre non comuni alle logiche che legano il compito di un capo dello Stato della nostra Nazione a doveri costituzionali oggi non facili da seguire...Ciò è stato dovuto ad un cambiamento che non ha ancora trovato libero sfogo nel percorso delle regole istituzionali. 

Sicuramente il nostro Presidente è riuscito a venirne fuori se pur condizionato da una presenza vincolante di una comunità europea sempre più presente nell'economia del nostro Paese e che ormai pare lasciare pochissimo spazio a manovre personali. Non possiamo tuttavia dimenticare quando...nel passato, non avendo la politica trovato alternative alla sua figura, il Presidente abbia dato la piena disponibilità al rinnovo del suo mandato a condizioni che si desse sfogo ad un'azione di rinnovamento efficace. Ma oggi la sua esigenza di abbandono sembra persino spinta da una visione politica generale che pare non avere certezze su un possibile cambiamento. 

Napolitato ha sempre sperato in una responsabilità diretta dei Partiti verso un rinnovamento guidato dal giovane premier Renzi.. indicando limiti e le condizioni persino temporali...ma le incertezze ogni giorno crescono..soprattutto quelle temporali! Ci sono state ragioni di opportunità politica da parte di Napolitano nell'aver aperto una strada larga al premier Renzi, ma anche motivi di preoccupazione per una certa condotta che lo stesso sindaco d'Italia ha continuato a dimostrare su alcune procedure frettolose ed irriguardose e sulle spregiudicata comunicazione ricca di tante promesse. Sono certo che il nostro Presidente si sia spesso sentito in grande disagio. 

Un protagonista di sicuro.. malgrado non abbia mai voluto esserlo , ma anche una figura che resterà nella storia come un Capo dello Stato assai discusso.

Non v'è dubbio che l'abbandono da parte del Capo dello Stato...porterà nel prossimo futuro cambiamenti di rotte e derive non facili che si aggiungeranno alle già disperate difficoltà del paese...Quali nuovi scenari si apriranno alla politica?
vincenzo cacopardo

20 dic 2014

La “forma mentis” ..che blocca l'innovazione.

di vincenzo cacopardo

Quello che riesce difficile da comprendere è la mancanza di una via d'uscita alla politica Renziana. Una politica che oggi si rivolge verso quella centralità.. perseverando su criteri e metodi appartenenti ormai ad un passato: La via del Premier appare, per certi versi, simile a quella che venne percorsa dalla vecchia DC. 

Quello che poi non è facile condividere è
l'abbandono di un pensiero che riesca a dar forza ad una "forma mentis" diversa attraverso la quale innovare il sistema istituzionale vecchio con riforme più appropriate. Il metodo di Renzi, con tutto il rispetto per la sua ambiziosa volontà, è  sempre stato quello di continuare a cavalcare gli stessi principi sui quali è crollata una società sotto il peso di una classe politica che in realtà continua a non rinnovare alcunchè...ed anche in questo caso.. non basteranno furbizia ed ambizione.. 



Il cugino Domenico Cacopardo ha scritto: “Il circuito perverso che vedeva il sindacato, la cooperazione (proprio quella cooperazione che mostra mostruose deviazioni di natura –sin qui note solo agli esperti- spingendosi ben oltre i limiti del codice penale) e il partito come le coerenti facce di uno stesso disegno politico di occupazione della società e del potere hanno perduto la loro battaglia, sin dal momento in cui è caduto il Muro di Berlino e il sistema internazionale di coperture ideologiche è terminato. Era inevitabile che accadesse anche in Italia ciò che è accaduto in Russia, in Polonia e in tutto il mondo exsovietico. Soprattutto dopo la creazione del partito del compromessino storico, il Pd, nel quale l’apparato excomunista ha perso in poco tempo, per consunzione, il proprio ruolo egemone.”

Domenico, già consigliere di Stato nelle precedenti repubbliche, sposta..così.. le colpe di una difficoltà di rinnovamento da parte di Renzi.. sui sindacati e su tutti coloro che, a parer suo, non condividono la sua politica determinata ed anche determinista...(oggi meglio identificati come gufi). “Poiché Renzi, con felice intuizione, s’è diretto verso la centralità politica e l’ha conquistata, gli eredi del comunismo non possono più svolgere alcun significativo ruolo politico. Debbono scegliere tra la nostalgica testimonianza e la resa alla socialdemocrazia europea, respinta tra la fine degli ’80 e i primi anni ’90. Le loro idee residuali, le loro indicazioni, se riuscissero a imporsi, ci condurrebbero nel giro di pochi mesi a Weimar, la repubblica tedesca dal cui disastro nacque il nazismo.”

Ma per il sottoscritto ..il problema non può più essere ridotto sulla semplice concezione dell’apparato excomunista e la perdita del proprio ruolo egemone.. nè si può, in considerazione del fatto che le ideologie hanno lasciato spazio a necessità logistiche diverse, continuare a parlare di socialdemocrazia o liberaldemocrazia, allo stesso modo con cui non si può accettare un certo populismo...e allora?..quale strada, se non quella innovativa di saper guardare oltre i confini di una mentalità ancora così chiusa e ristretta?

Pur consapevole dell'atteggiamento e riuscendo a comprendere ciò che intende Domenico riguardo ai sindacati, la si può anche pensare diversamente sul merito del mediocre lavoro fin qui svolto dal governo per la crescita economica e democratica del nostro Paese. Le ministre e ministri dell'attuale governo.. non fanno che ripetere mnemonicamente le stesse parole del Premier..ma non innovano alcunchè..in previsione di riforme tendenti solo a semplificare e non far funzionare il meccanismo in senso democratico .

Sentire parlare di intervento da parte di una figura politica che oggi mette in riga un sistema politico (con metodi tra l'altro assoluti..ai limiti di una concezione democratica) non può lasciare tranquilli tutti coloro i quali più democraticamente pensano che le responsabilità di un programma politico non può essere affidato ad un unica personalità: Il considerare che un'unica figura politica possa essere in grado di risolvere le molteplici problematiche esistenti equivale a ritenere tale figura come un Padreterno in terra...e la politica non ha certo bisogno di questo! 

La politica necessita di regole diverse...regole che possano servire al riscontro di una vera innovazione funzionale attraverso la partecipazione di tante personalità che attraverso lo scambio ed il dialogo, possano trovare riscontri più funzionali e non solo semplificativi. 

Considerare la governabilità in senso giusto.. come un punto d'incontro di un programma voluto dai cittadini..rinnovare il lavoro ed il fine funzionale dei Partiti..eliminare i conflitti perenni esistenti nella politica e nelle istituzioni..etc. Sono questi i temi delicati delle importanti riforme che non potranno mai risolversi con la prepotenza assoluta (seppur ricca di astuzia) di un'unica figura.

Purtroppo siamo ancora legati ad una “forma mentis” così limitata rispetto ad una visione più innovativa della cosa politica, per cui... il più astuto e comunicativamente preparato, anche se non ispirato dalle utili idee, finisce col prevalere.

La fortuna oggi non aiuta proprio gli audaci..soprattutto in tema politico, dove oltre ad una mentalità più aperta occorrono idee innovative, metodo e dialogo tra le parti. Con ciò non si vuole per niente apparire gufi (termine tra l'altro molto usato negli stadi e nel calcio).. né si pensa di essere prepotentemente a favore dei sindacati, ma si vuole semplicemente mettere in evidenza l'importanza di un cambiamento che non può più prescindere da una “forma mentis” integralmente difforme. 




18 dic 2014

L'analisi di Domenico Cacopardo sulla nuova performance di Benigni


Dopo il guitto che si mette in politica e fonda un partito, il 5 Stelle, ci doveva toccare il comico (Benigni) che, dopo essersi inventato dantista e costituzionalista, s’è dato alla teologia. Sempre onorando, come ogni giullare che si rispetti, il potere reale di riferimento ignaro che esso, purtroppo per lui, non esiste più.

Intendiamoci, non per colpa sua, ma di questa dirigenza Rai, sempre ripiegata su se stessa, incapace di rottamare le cariatidi che imperversano sui teleschermi e sui microfoni, e di innovare l’unico laboratorio (pubblico) che dovrebbe rispecchiare la società e, per essa e con essa, produrre cultura. 

Ci tocca rimpiangere i tempi di Ettore Bernabei, di Fabiano Fabiani e di Biagio Agnes, tutti democristianoni, tutti capaci di inventarsi ogni anno qualcosa di nuovo e di interessante, senza cadere in preclusioni ideologiche.

Oggi, invece, c’è una specie di paralisi mentale che impedisce ai capi attuali di vedere che così non va e che, anche in Rai, occorre cambiare verso e uomini. Che il collaudato ricovero di «quadretti» di partito, di figli e nipoti di exinfluenti personaggi della Prima e della Seconda Repubblica deve aprirsi alle professionalità emergenti, in fuga verso l’estero, per offrire loro una opportunità italiana.

In questo contesto nascono le «performances» di Roberto Benigni. 

Diventato personaggio «cult» per «La vita è bella», nella quale osa (colpo di genio) trattare in forma lieve la grande tragedia della «shoah», il comico (un altro «one shoot people», capace di sparare solo un solo colpo) che fu Johnny Stecchino diventa una specie di strapagata ancora di salvezza per gente a corto di idee.

La Divina Commedia, la Costituzione e il Decalogo sono stati l’occasione per esibizioni farcite della peggiore retorica, prive di alcun reale fondamento culturale e intrappolate da un buonismo d’accatto, alla Veltroni.

Senza ricordare l’affermazione «la nostra Costituzione è la più bella del mondo», la cui falsità era ben nota e già da tempo a tutti gli italiani, oltre che agli esperti, soffermiamoci brevemente su questo Decalogo. 

La cifra specifica del «recital» di Benigni è la mediocrità. Il ridondante esame di ogni comandamento non riesce a esprimere null’altro che luoghi comuni, e tra essi solo quelli capaci di vellicare il gusto di un pubblico di bocca buona. Non poteva mancare il riferimento alla donna, con l’attribuzione alla «costola» di un significato che mai ha avuto né nella patristica né nella teologia. La «costola» della Bibbia è la conferma di una visione maschilista, così radicata e diffusa da non consentire le escursioni verbali del nostro comico. E la «felicità» è un concetto tutt’altro che biblico, visto che la nascita dell’uomo è segnata dal peccato e dalla cacciata dall’Eden. E l’«amore», un sentimento cristiano difficilmente rintracciabile nel decalogo, nel quale occhieggia il Dio che obbliga Abramo a sacrificare Isacco.

C’è da dire che, probabilmente, Benigni, viziato da un premio Oscar, venerato come Garibaldi dal pubblico di mezza-sinistra che continua a immaginare gerarchie politiche, morali e sociali ormai in soffitta, ha perso strada facendo ogni umiltà e ispirazione (quelle vere non quelle fittizie, spesso richiamate nelle sue interminabili filippiche) necessarie per cercare e trovare la «logica» che lega il pensiero, per approfondire i temi di cui intende occuparsi e per evitare di parlarsi addosso come capita agli anziani, categoria alla quale non è anagraficamente iscritto, avendo appena 62 anni.

Se, alla fine, Matteo Renzi batterà un colpo rinnovando come si deve la Rai, potremmo rivedere Benigni sul piccolo schermo non nelle deludenti vesti del tuttologo moralista, ma in quelle più proprie e divertenti del comico professionista.
Domenico Cacopardo


17 dic 2014

Una nota al nuovo articolo di Domenico Cacopardo

Il ricorso frequente al coup de théâtre è nel Dna di Matteo Renzi ed è uno dei suoi maggiori limiti.

Ieri, ce ne ha forniti addirittura due.

Il primo è l’esumazione di Romano Prodi, proprio il giorno dopo avere seppellito, nell’Assemblea nazionale del Pd (che strano destino per il partito dei nemici del socialismo: avere assunto per il suo organo più rappresentativo il nome, sfortunato, che Craxi dette all’excomitato centrale del Psi) l’Ulivo, e ciò che ha rappresentato. Il giovane «premier» non è attento alle coerenze, che sembra consideri stupidi impacci da rottamati.

Si capisce il senso del colloquio di due ore nella sede istituzionale di Palazzo Chigi con l’esponente exdemocristiano, pronto a una rischiosa ricandidatura: in questa fase politica, sminare il terreno dai petardini di cui dispone la minoranza del suo partito e ciò che resta, ben poco, del partito di un sempre più spento Vendola, può essere utile. E poi, se Prodi cadrà lungo la corsa, nessuno potrà attribuirgliene la responsabilità, com’è accaduto nel 2013, quando il pattuglione dei deputati renziani lo impallinò senza pietà.

Osservato con attenzione da tutti i lati, l’incontro Renzi-Prodi sembra iscriversi nel lunghissimo elenco delle operazioni tattiche di cui il primo ministro si è reso cinico protagonista. E questa non è necessariamente una critica, giacché una dote non secondaria di un uomo di Stato è l’inesorabile freddezza tattica che deve fargli usare uomini e situazioni secondo immediata convenienza.

Il secondo «coup de théâtre» è l’annuncio, diramato in coppia con Giovanni Malagò (il presidente del Coni di cui si può rammentare il morbido, inconcludente atteggiamento tenuto nella sgradevole nomina di Tavecchio alla testa della Figc, un’operazione di esemplare opacità), della candidatura italiana alle Olimpiadi del 2014. Certo, un espediente propagandistico di un certo effetto in un Paese depresso come il nostro, nel quale gente come Camusso, Landini e Barbagallo si impegna per una stupida stagnazione (come è apparso evidente quando il «pensatore» Landini, segretario della Fiom, si è battuto contro l’Alta velocità Torino-Lione), e per il quale occorre una rimessa in moto, possibilmente celere.

È qualcosa di diverso da un espediente? Difficile crederlo. Nonostante le distrazioni e le ignoranze storiche, Matteo Renzi non può non sapere quali problemi ha prodotto la preparazione delle Olimpiadi in molte delle nazioni che hanno «beneficiato» della designazione. Dalla Grecia al Brasile il colpo alle finanze pubbliche è stato di dimensioni letali, tanto letali da essere all’origine del disastro degli amici di Atene. E non può non sapere che il partito del no, quel partito che impedì, per esempio, l’Expò di Venezia, con il recupero che avrebbe comportato per la città lagunare, è ramificato e forte dall’Alpe alle Piramidi, e si avvale del supporto della massa di disadattati che anima le nostre piazze in ogni occasione e di tanti vegliardi non ancora rottamati che imperversano su giornali e riviste «trendy». Un mix che può animare le polemiche dei prossimi mesi.

E non c’è dubbio che quest’idea a Berlino, a Bruxelles e a Francoforte sarà giudicata come l’ennesima manifestazione dell’incapacità italiana di comportarsi secondo le regole, di occuparsi, quindi, del bilancio dello Stato e del suo debito per condurre entrambi sulla strada delle virtù comunitarie.

Anche qui sembrano prevalere le ragioni della piccola propaganda su quelle della politica maggiore.

Certo, «tutto fa brodo» pensa il «premier» dimenticando che c’è brodo e acqua pazza e che chiunque può accorgersene.

Sullo sfondo, nel medesimo giorno di questi eventi mediatici, si conferma il disastro «marò», con la reiezione da parte della Corte suprema indiana delle ultime richieste di allentamento del regime di detenzione e di liberà provvisoria.

Qui casca l’asino: l’inesistente Mogherini ha passato la mano al solido Gentiloni, ma l’apertura di una procedura internazionale contro l’India rimane nel libro dei sogni. 
domenico cacopardo



Non casca l'asino ..ma l' intero Paese..
"Sentirsi dire che l'Italia non può fare le Olimpiadi, frustra le speranze dei nostri  concittadini" Queste le parole dette alla Camera dal nostro premier nel corso delle comunicazioni sul Consiglio europeo: "Se c'è chi ruba va in galera, si persegue e si va avanti senza ricorrere alla rinuncia. Se c'è chi ruba, bisogna avere il coraggio di mandarlo in galera e di alzare le pene per evitare i patteggiamenti e di insistere su una idea che chi fa politica prova a proporre un sogno per il Paese"
Renzi continua a proporre sogni come vivessimo in una favola. Tutto ciò.. in un momento in cui il Paese soffre nell'antitesi angosciosa di continue corruzioni ed il fragile sostegno di una economia debolissima e fuori controllo, non può destare alcuna tranquillità. Continuare ad allettare i cittadini con promesse di medaglie d'oro entra nella specifica comunicazione dei sogni e nella ambizione senza limiti del nostro sindaco d'Italia. 

Se per Matteo Salvini rappresenta un'autentica follia, per i deputati pentastellati costituisce materia per nuovi attacchi alla figura del Premier.

Naturalmente non poteva mancare il sostegno del sindaco di Roma, Ignazio Marino il quale, ormai coperto fino al collo dallo scandalo che ha coinvolto la sua amministrazione, sfrutta la proposta contestando maldestramente un certo pessimismo:".Certo per il sindaco di Roma la proposta potrebbe rappresentare una ripartenza: “In questo momento se facessimo un giro per la città ascolteremmo tante frasi di approvazione, di incitamento, di andare avanti e fare pulizia". Un conto è rinunciare a un'occasione perché si pensa di non poter far fronte agli investimenti, un'altra perché si teme la corruzione: questo non può essere un alibi per rinunciare".”

In questo quadro, quello che rimane incomprensibile è il fatto di non curarsi minimamente delle recenti esperienze dei Paesi come la Grecia ed il Brasile, che con la loro posizione in favore di queste enormi spese fuori controllo, ha notevolmente peggiorato la propria situazione economica portandola al baratro.

Se poi consideriamo lo stato in cui è ridotto il nostro Paese dagli effetti naturali dei rischi idrogeologici ed i terremoti, non verrebbe nemmeno voglia di discutere su quali dovrebbero essere le principali spese da affrontare, prima di esporsi alla dichiarazioni di proposte avventurose ed azzardate. Il voler apparire forti in uno stato di debolezza assoluta e di continuo rischio, oltre che ridicolo.. appare persino pericoloso.

Se l'ambizione e la megalomania devono vincere su una realtà che mette in evidenza un evidente stato di necessità primaria a beneficio della sicurezza del nostro Paese, vuol dire che meritiamo veramente di finire nel profondo abisso di quella troika rappresentata dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Qui non casca l'asino, ma un intero Paese....... 
vincenzo cacopardo








14 dic 2014

Una chiosa sul nuovo articolo di Domenico Cacopardo

"La determinata visione di una economia internazionale europea costringe le regole degli Stati aderenti. Con il continuo controllo sul debito e le direttive sulla stabilità dei Paesi della comunità, si condiziona a prescindere ogni percorso economico dei singoli paesi aderenti. Difficilmente, oggi, che un Paese come il nostro, potrebbe dare sfogo ad una economia più brillante in termini di investimenti e di conseguente economia reale!
 Un pensiero spontaneo.. quindi.. potrebbe essere quello di non riuscire a capire perché mai ci si deve adeguare ad un simile percorso di sofferenza trascurando l'essenziale crescita di una società, la cui sopravvivenza dovrebbe basarsi in un’economia effettiva di sviluppo. Restando fermi nei parametri della rigida visione dell’economia odierna internazionale, si persevera nel drastico problema di un Paese strangolato da un pesante debito pubblico, senza il quale, si potrebbe uscire usando gli 85 miliardi, pagati in interessi, per far crescere l' economia. Se pagare il debito, in via di principio, è anche necessario..e se dovessimo continuare a dar conto a tale logica…il nostro bel Paese, non potendo crescere, non avrebbe più alcuna speranza nemmeno di pagarlo! 
Con questo articolo..Domenico Cacopardo sottolinea l'importanza di un governo come il nostro che non può più sottrarsi ad un impegno in tal senso anche a dispetto dei bei propositi di Draghi "
vincenzo cacopardo

«…la convinzione cieca e ottusa che al mondo non potesse esserci nulla di più bello e perfetto della scienza, della musica, della poesia e della lingua tedesche, dei giardinetti, dei water, del cielo, della birra e degli edifici tedeschi…» (Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka).

Intorno a questa follia collettiva nacque la Prima guerra mondiale, si sviluppò il nazismo con le stragi di cui fu protagonista, si è consolidata un’idea d’Europa che ci sta conducendo al disastro collettivo, come dimostra l’aggravarsi della tragedia greca e la sua capacità di trascinare nel baratro paesi non secondari come l’Italia e la Francia. Intorno a questa follia collettiva, Angela Merkel s’è fatta interprete della volontà di germanizzare gli europei, trovando complici compiacenti anche da noi. Diciamocelo subito: nella storia del mondo, i debiti dei grandi stati si sono dissolti con le guerre e le conseguenti inflazioni. L’Europa è un’opportunità nuova e vedremo se funzionerà o se cadrà nella paralisi provocata dall’assoluta opposizione dei tedeschi, ossessionati dal timore di dover coprire le dissipazioni altrui.

Siamo in dirittura d’arrivo per lo «show down» più serio e drammatico della storia dell’Unione europea. 

Si tratta della battaglia, già in corso, intorno alla Bce e alla funzione che può e deve svolgere per portare la Comunità fuori dalla crisi, senza penalizzazioni per coloro che arrancano nel gruppo di coda, ma con concrete possibilità di recupero.

Mentre le aste di questi ultimi tempi sono state molto deludenti, si avvicina sempre più il giorno in cui la Bce deciderà di emettere o di non emettere i Qe («Quantitave easing»), in concreto di procedere all’acquisto di titoli degli stati membri nella misura finale di 1000 miliardi di euro, operabile anche per «tranches».

Non si tratta di un fatto tecnico-finanziario, un mero supporto ai paesi che arrancano mediante l’immissione di una consistente liquidità, tale da rimettere in moto un misurato e benefico processo inflazionistico.

Si tratta di una decisione politica, di cui si conosce la principale conseguenza: un impegno di 1000 miliardi della Bce verso gli stati membri è un passo irreversibile sulla strada dell’integrazione europea. Per un semplice fatto: dopo di essa, diventerà molto più difficile per tutti, in primis la Germania e gli euroburocrati minacciare e realizzare una dissoluzione dell’eurozona, senza che una porzione del debito della Bce non finisca nelle tasche dei cittadini del Nord-Europa.

Certo, è una rappresentazione molto approssimata di quanto potrebbe accadere, ma non è dubitabile che la battaglia contro i Qe è una battaglia contro l’impegno solidale dell’Europa sul tema del rilancio dell’economia di tutti gli stati a prescindere dalla quantità e dal valore delle riforme imposta da Bruxelles.

Su questo terreno occorre battersi, con gli strumenti della diplomazia e delle relazioni bilaterali, tra le quali si iscrive l’incontro italo-tedesco voluto da Napolitano e celebratosi in settimana a Torino.

È sbagliato, in questo momento, battere in continuazione il ferro della flessibilità: in realtà l’Italia domanda un allentamento del vincolo di bilancio. Con il debito pubblico che ci ritroviamo, l’allargamento del deficit è una ricetta impraticabile. Insisterci è controproducente. 

I segnali che vengono dalla Grecia confermano in qualche modo le iniziali parole di Grossman. Non solo, ma le truppe assoldate dai tedeschi in giro per l’Europa e insediate a Bruxelles, sono peggio degli originali tedeschi e producono operazioni assurde e autolesionistiche come quelle prospettate al governo ellenico: sul finire del primo anno con avanzo primario, il nuovo giro di vite imposto dalla Troika spingerà la Nazione amica nell’abisso, con la possibilità di tirarsi dietro nel gorgo della dissoluzione, l’intera comunità.
La cosa ci riguarda da vicino. Il governo deve occuparsene senza indugio: dopo la Grecia, toccherebbe a noi. A dispetto dei bei propositi di Draghi e delle belle prospettive dei Qe.
domenico Cacopardo