31 dic 2013

Figure predominanti nella difficile ricerca di una democrazia


LEADERS E RUOLO DEI PARTITI



Credo che ancora molti cittadini non afferrino l’importanza di un sistema più utile ed efficace per una indispensabile convivenza: c’è chi pensa che quello in cui viviamo è sicuramente il miglior sistema di democrazia e c’è chi, invece, non vede speranze di nuovi percorsi, altri...più furbi, non riuscendo a percepire l’importanza del significato, vivono pensando che questo modello possa offrire una più comoda possibilità di accaparrare  diritti non rendendo alcun dovere. 

Una cosa è certa!...Se non salvaguardiamo il giusto modello di democrazia, l’alternativa non potrà che essere un regime più duro!…Ma un vero modello di democrazia non potrà mai essere slegato da un principio di equilibrio tra diritti e doveri, come non potrà mai sopravvivere a qualunque forma di mitizzazione e di assolutismo.“La democrazia deve.. perciò..essere percepita come un cammino verso la ricerca oggettiva del bene comune e rappresentare una sicurezza per tutti attraverso l’impegno di tutti”.

Oggi dovrebbero essere gli stessi Partiti a ricercare per infondere i principi più giusti ed efficaci. I loro componenti dovrebbero lavorare come un unico motore restando quanto più equiparati tra loro. La sfida interna di ogni Partito dovrebbe basarsi sulla qualità e sull’apporto delle idee fra tutti i membri, ma nella realtà attuale vi è sempre un leader di partito che condiziona o viene condizionato da legami che vanno dall’interesse per l’immagine, alla esaltazione dialettica e comunicativa o, addirittura, da legami e rapporti costruiti con una certa classe dirigente.
Questa premessa introduce un tema sull’importanza delle stesse figure politiche che oggi dovrebbero sostenere un ruolo efficace per riformare un assetto istituzionale ormai obsoleto. Sebbene sia indispensabile la ricerca di figure capaci.. è anche necessario che queste siano disponibili ad un reciproco rapporto di collaborazione attraverso una attenzione diretta ai meriti di ciascuno. In questa logica la forma leaderistica, se non condotta con comprensiva collaborazione, rischia di divenire limitativa riguardo alle idee dei tanti e frustrante rispetto ai meriti.

In verità, soprattutto in una politica di Partito, dovrebbe definirsi, con maggior equilibrio, una più utile “leadership”...al fine di condurre in direzione di un risultato più conciliante…non rischiando di circoscrivere il pensiero incondizionato su un’unica figura e spronando lo stesso gruppo ad una ricerca più attenta e fattiva. 

Al contrario che nella ricercata logica collaborativa di una leaderschip,  ogni figura solitaria di leader nei Partiti tende a dare vita ad ulteriori leaders informali che, collocandosi in posizioni diverse…contribuiscono alla definizione di correnti.. in un gioco di potere che produce confusione, perdita di direzione e vera mancanza di ricerca delle idee.

Se è facile poter vedere una figura di leader in campo amministrativo, sembra assai più difficile poterlo immaginare in un campo politico di ogni Partito che, per logica, dovrebbe solo ricercare una libera dialettica ed uno scambio culturale esente da ogni vincolo di figura predominante. 
vincenzo cacopardo  

30 dic 2013

Il lungo solco di una democrazia compiuta


                                                       
 
Quella visione assoluta della politica
di vincenzo cacopardo

Quale è la ragione per la quale oggi tante persone non individuano l’importanza di un cambiamento della politica? Quale la ragione dei tanti ancora appesi alla retorica ed assoluta visone di una politica anacronistica delle contrapposizioni ideologiche ancora legate ad una passata cultura formatasi negli anni? 

Capita ancora oggi di incontrare chi pensa di essere comunista nel senso Marxista del termine.. o Fascista, ancora fedele ed addirittura.. aspirante ad un regime legato alla figura di Mussolini.

Al di là di tali figure storiche che hanno fatto il loro tempo, non si può che restare impressionati da un pensiero politico che non può più appartenere a questo secolo. Una concezione che da una parte denota un non voler vedere oltre.. attraverso la capacità di impegnarsi in una visione contemporanea della vita con l’occhio di chi percepisce il continuo bisogno di un cambiamento e l’importanza di una vera democrazia e… dall’altro.. il rifiuto di una modernità che per certi versi, non lascia intravedere spazio al benessere collettivo di una società più sana.

Occorre, perciò, fare una piccola analisi storica di queste due fondamentali concezioni: 

Il termine "comunismo" comparve attorno agli anni Trenta del diciannovesimo secolo inizialmente come sinonimo di "socialismo". Sappiamo che Marx, nel pieno 800, partendo dalla filosofia di Hegel e dal socialismo francese, sviluppò la sua critica rivoluzionaria della società moderna.  Il socialismo caratterizzato dalla messa in discussione del principio di proprietà, portò al rifiuto dell'individualismo liberale, cambiando radicalmente la società. 
Vi fu prima un ribaltamento politico affermato dalla rivoluzione Francese che mise in discussione l’area sociale come conseguimento di un obiettivo di giustizia. Il termine comunista perse il suo significato specifico nella seconda metà dell'Ottocento, e venne ripreso da Lenin per distinguere il socialismo rivoluzionario da quello riformista. Oggi si indicano con questo termine le teorie socialiste del filosofo tedesco Marx, ma anche quelle derivate da un certo superamento del capitalismo…anzi quasi come un disprezzo verso tale sistema.

Per quanto concerne l’altra visione, anch’essa superata, del fascismo, né conosciamo fin troppo la storia ed i tristi risvolti di cui è stata vittima la nostra Nazione. Una ideologia sorta in Italia nel ventesimo secolo per principale iniziativa di Benito Mussolini e poi diffusasi, sebbene in modo diverso, in altri stati europei Un movimento principalmente nazionalista e totalitario, ma anche anticapitalista. Una  ideologia definita  allo stesso tempo rivoluzionaria e reazionaria. La teoria ideologica del fascismo, oltre che da Mussolini, fu elaborata dal filosofo idealista Giovanni Gentile e rappresentata persino in testi teorici fondamentali. Ma nel fascismo.. la figura influente..è stata quella di Friedrich Nietzscke, poiché egli fu il vero filosofo che Mussolini studio a fondo venendone ammaliato dalla sua dottrina del “superuomo”.  Secondo questa ideologia, ogni Nazione sarebbe una comunità nella quale si richiede una forte dirigenza, come identità collettiva giustificando la violenza come componente essenziale del risultato. L’ideologia fascista ha, dunque, sempre posto un rifiuto netto ad ogni forma di individualismo!

Ciò detto.. e messo in evidenza con l’apposita analisi delle due differenti ideologie, non si può che restare sorpresi e stupiti dai tanti ancora bloccati ed appesi per assolutismo a simili concezioni politiche e sociali. Concetti che hanno fatto il loro tempo contribuendo a favorire massacri e riducendo ogni azione in favore delle idee per uno sviluppo sociale.. La domanda da porsi è sicuramente quella di non riuscire a capire come, ancora oggi, possa  reggere questo “modus pensandi” ormai arcaico e non più rispondente ai fenomeni globalizzati di una moderna società che deve solo guardare verso la ricerca di una democrazia più completa.
Ma se a queste analisi sulle ideologie noi aggiungiamo il forte peso della liberalizzazione di un mercato spinto da un eccessivo capitalismo, non facciamo che acutizzare lo stesso modo di pensare di chi, in termini assoluti, ritiene che ogni sistema necessiti di estremismi ed eccessivi radicalismi.
L’opera di costruzione di una democrazia compiuta.. è un solco lungo e duro da arare ma bisogna anche crederci!  



29 dic 2013

Un commento all'ultima nota del Consigliere Cacopardo

Equilibrio o egemonia
di domenico cacopardo

Partiamo da lontano, dalla guerra dei trent’anni (1618-1648) che sconvolse l’Europa, impegnandola in un modo totale per l’affermazione di alcune egemonie, prima fra esse quella degli Asburgo sulla Germania (fallita da Carlo V), quella della Spagna sulla Francia e, a seguire, sui Paesi Bassi. La pace di Westfalia nel 1648 pose fine al conflitto, stabilendo un principio di equilibrio al quale avrebbero dovuto adeguarsi le nazioni del Continente.
La storia di questi tre secoli e mezzo ha dimostrato che, quando l’equilibrio è turbato, l’Europa è precipita in guerre disastrose: Luigi XIV, Napoleone, Bismark e la Prussia (premessa della Prima guerra mondiale), Hitler.
Dopo il 1945, alcuni leaderilluminati, il francese Schuman, il tedesco Adenauer, il belga Spaak e l’italiano De Gasperi videro che la ricostruzione e lo sviluppo pacifico avrebbero potuto consolidarsi con processo unitario verso la federazione europea. Nel 1954 fu tentata la via della Ced, comunità di difesa, caduta per la feroce opposizione dei comunisti italiani, per la fragile volontà della Democrazia cristiana, e per la permanente idea di grandeur francese.
Il passo fondamentale avvenne a Maastricht, con l’istituzione della moneta unica, l’euro, premessa per l’unione politica. La concorrente determinazione delle nazioni trovò un decisivo sostegno nelle necessità della Germania, impegnata nel processo di riunificazione nazionale.
Poi, un infelice quinquennio di Romano Prodi, per gli addetti ai lavori un pessimo presidente, determinò l’autolesionistica apertura dell’Europa a una decina di altre nazioni, determinandone la paralisi decisionale, oltre a incontrollati flussi migratori. 
Questa lunga premessa serve a fare il punto sull’Unione –e sull’Italia- all’alba del 2014. È evidente l’egemonia tedesca e la fine dell’Europa equilibrata, la cui necessità era emersa nel 1648 e che è ancora oggi valida. Come sempre, in questi casi, le responsabilità vanno equamente attribuite. Prima di tutto alla Francia, che da contrappeso e fattore di equilibrio, s’è giustapposta alla Germania, contando sulla propria posizione di ‘primo alleato’. Dopo Mitterand, Chirac e Sarkozy (Hollande inesistente) hanno abbandonato il ruolo storico e si sono adeguati ai voleri della cancelleria tedesca. Quanto a noi, abbiamo cessato di fare politica estera nel 1992. Siamo stati in balia di noi stessi e delle tempeste nazionali, titubanti tra una supina accettazione dei voleri germanici e timidi tentativi di agganciare la Spagna a un carro che non aveva nessuna chance di partire. Emblematicoil velleitariotentativo di Prodi di definire un patto di unità d’azione con il premier iberico Aznar, sdegnosamente respinto dall’interessato. Imbarazzanti, poi, gli eurocrati alla Mario Monti, asserviti alle decisioni di burocrazie ottuse e irresponsabili.
Nessuno dei protagonisti della politica italiana degli ultimi vent’anni s’è mai posto il problema del ruolo e del futuro dell’Italia nel contesto internazionale e, quindi, si è chiesto su quali alleanze contare. Unica eccezione Massimo D’Alema che, da presidente del consiglio, riportò il Paese al centro delle relazioni transatlantiche ed europee e, da ministro degli esteri, ci consegnò la funzione di pivot nella stabilizzazione del Sud-Libano.
Oggi l’Europa è in crisi politica, una crisi profonda, forse irreversibile, determinata dalla conquista egemonica tedesca che identifica gli interessi dell’Unione con quelli specifici della Germania. Una situazione che non può durare in un continente squassato dai movimenti populisti a sfondo fascista che imperversano e crescono ovunque. La strada tracciata –dell’omologazione sociale ed economica alla potenza dominante- comporta prezzi che pochi possono pagare. Di certo non l’Italia costretta dal Fiscal compact ad avere un surplus di 50 miliardi di euro l’anno per vent’anni a partire dal 2015 (l’impegno suicida fu firmato da un sorridente Mario Monti).
Nessuna delle ricette messe in campo funziona e può funzionare: l’austerità uccide la crescita; l’allentamento dei parametri uccide i mercati finanziari; il fiscal compact uccide gli stati.
Il dilemma è avanti a noi: priorità all’Unione o all’euro? La scelta che trova sempre maggiori consensi nella cultura politica europea è: salvare l’Unione. Per farlo, occorre cioè tornare all’equilibrio continentale ed eliminare l’egemonia di uno Stato.
Altrimenti, l’inarrestabile Germania finirà per distruggere l’Europa.L’ha già tentato neglidue ultimi conflitti.
Giorgio Napolitano, che è uomo più concreto di quando si immagini, abbandoni la retorica europeistica e affronti, finalmente, la realtà dei fatti.Senza idee né peso il fiorentino neo leader dei Pd, la partita cade nelle mani di Enrico Letta: oggi dunque, il premier Letta deve assumere su se stesso la questione e non recedere da una via di difesa dell’Italia e dell’Unione europea. Essere un nuovo De Gasperi, non un cedevole Quisling italiano. Costi quel che costi. Qualche veto italiano può correggere la rotta. O fermare la nave prima che il ciclone l’investa. 



Condivisibile come sempre questo pensiero del cugino Domenico Cacopardo. Da quando iniziai a scrivere in questo Blog, mi sono ripetuto centinaia di volte sul tema dell’equilibrio. 
Per la verità la mia prima pagina “About” propone l’immagine di una bilancia (aequus-libra) ossia lo strumento che simboleggia il bilanciamento come principio astratto essenziale….come simbolo sul quale si dovrebbe lavorare e sul quale si pone ogni possibile futuro della società politica mondiale.

Nella vita politica la parola“democrazia” è in stretta connessione con la parola“equilibrio” per la determinazione delle scelte di una vera società civile, nell’azione politica, risulta essenziale per la ricerca delle formule da adattare a qualsiasi riforma. Il principio dell’equilibrio è sicuramente valido in ogni campo, ma rimane particolarmente fondamentale per ciò che  riguarda la creazione di quelle riforme che rappresentano la base fondamentale del percorso di ogni politica...Nella giustizia, pare essere una esigenza, peraltro contraddistinta da una emblematica bilancia in perfetta simmetria,  un baluardo da proteggere ad ogni costo,mentre in politica, sembra assumere un aspetto di minore importanza.
Come si fa dunque a non intuire l’importante costruzione di una vera innovazione del sistema politico senza un preciso uso dell’equilibrio! La mitizzazione delle figure, una certa politica servile, la mancanza delle idee ed un dialogo scomposto basato sulle accentuate contrapposizioni...hanno ridotto il dialogo della politica ad una dialettica che non lascia intravedere alcun senso dell’equilibrio per la definizione delle scelte che, oggi, appaiono condotte solo attraverso le cattive abitudini "del troppo o del nulla”...."dell'assai o del poco".

Fatta questa premessa e guardando alla formazione dell’Europa, ogni critica espressa dal cugino Cacopardo è esatta. Tuttavia sembra ormai chiaro che il nostro Paese avrebbe dovuto entrarvi con una diversa valutazione dell'euro in rapporto alla lira e sicuramente con un impegno verso la nostra economia definito da accordi più studiati e precisi.. al fine di non sottoporci ad una concorrenza che ancora ci penalizza in modo illogico. Chi pensa che l’Italia odierna possa venir fuori da un contesto economico e politico Europeo...non fa che illudersi, poiché ormai siamo del tutto integrati col sistema Europa! Ma la Comunità internazionale dovrebbe servirci per sostenere uno sviluppo più equilibrato e sicuro nel nostro stesso territorio.
La domanda odierna… assai usata da chi sostiene un certo populismo.. è quella di non riuscire a comprendere.. perché mai abbiamo dovuto pagare un conto così salato per sentirci Europei.. non ricevendone in cambio una vera utilità…E’ un interrogativo logico che si può spiegare principalmente per via di quegli errori commessi in entrata…ma che potrà trovare quanto prima una risposta se anche la politica del nostro Paese riuscirà veramente a cambiare. Io credo che il risultato di questa nostra integrazione si vedrà nel lungo tempo e potrà essere un risultato di migliore qualità solo se la nostra politica verrà riformata e se sarà capace di proteggere la cultura e le variopinte bellezze del nostro Paese.

La lotta oggi è durissima e sembra quasi insormontabile lasciando intravvedere.. quasi..un disegno voluto dai potentati e da certe lobbyes…che sembrano favorire un percorso di sofferenza e di ristrettezza dell’economia, al fine di una voluta eliminazione dei ceti più deboli. Un atroce disegno forse costruito ad arte per via della sempre più grande sovrappopolazione che invade il mondo..  Se così fosse…sarebbe un disegno spaventoso che potrebbe vedere persino la Germania in testa.. ad assecondarlo!


Certo questa egemonia del paese più forte a cui fa riferimento il cugino Domenico.. messa in relazione ad una precisa mancanza di equilibrio nell’opera di costruzione di una unità europea, non può che farci riflettere su una condotta che potrebbe figurarsi quasi diabolica oltre che anticostruttiva. 
vincenzo cacopardo 

28 dic 2013

la posta.. di Paolo Speciale


UNA REPUBBLICA "MONARCHICA"
di Paolo Speciale

Si moltiplicano gli interventi di Napolitano -formali e non – sul dibattito politico quotidiano. Sembra quasi di rivivere i giorni più intensi del suo celebre predecessore “picconatore”, poi spentosi nel suo vigore dopo l'inchiesta denominata “Gladio”di cui tutti conosciamo l'epilogo.
E' molto facile assimilare un Presidente quasi novantenne, per di più unico nel suo secondo mandato nella storia dell'Italia Repubblicana, ad un monarca che richiama immediatamente il pensiero al modello anglosassone, anche per il tipico “aplomb” che ha caratterizzato gli ultimi tre inquilini del Colle più alto.
Al termine del secondo terribile conflitto mondiale fu già un rilevante fattore democratico l'affidare ad un referendum la sorte di una monarchia inevitabilmente concepita come stessa sostanza del fascismo, di cui fu succube partner. Era quindi scontato l'esito di quella consultazione.
Ma, pur nella dovuta considerazione del gran lavoro svolto dai Padri Costituenti, non è da tempo che ci si interroga sulla constatata irrilevanza “sostanziale” di quel cambio di forma di stato? Il ruolo istituzionale oggi attribuito dalla nostra “magna charta” al Presidente della Repubblica potrebbe risultare inadeguato o non pertinente ad un sovrano di tipo europeo di comune accezione storica e politica contemporanea? Dall'altra parte, come negare le implicazioni storiche anche se di tipo meramente “formale”concretizzatesi dopo il referendum del 2 Giugno 1946?
Prendendo poi atto della generazione e della fase storica alla quale appartiene il nostro Capo dello Stato, non riesce difficile considerare come “naturali” le sue sempre più numerose, costanti e preoccupate partecipazioni alla responsabilità della gestione della cosa pubblica, che non possono essere ridotte e mortificate in un pretestuoso richiamo alla presunta violazione del testo costituzionale.
E' qui infatti che dispiega i suoi effetti quell'aspetto formale, non meno importante ed anzi più rilevante di quello sostanziale, di quella consultazione popolare svoltasi quasi settanta anni fa.
Tutto infatti si origina,compresa la goffa reazione dei grillini, dalla aspecifica – ma non inopportuna e tanto meno mal riuscita – connotazione della figura istituzionale di un Presidente della Repubblica che è ancora presente nelle coscienze di molti come depositario di una autorità (culturalmente e storicamente) riconosciuta precipuamente ad un monarca, pur nel senso più democratico ed attuale del termine. E ciò senza la minima volontà di ingenerare pregiudizi o pubblico scandalo.
Anche questo ci distingue da un' Europa che non riesce a comprendere il travaglio che stiamo vivendo e che inseguiamo da troppo tempo con un timore riverenziale che presto dovrà trasformarsi in solida autostima e consapevolezza del pari ruolo strategico che ci appartiene.


Il questo articolo l’amico Paolo sembra giustamente difendere e giustificare le preoccupate partecipazioni alla responsabilità della gestione della cosa pubblica da parte del Capo dello Stato Napolitano. Lo fa anche in riferimento al percorso storico politico che ha oggi molto cambiato il quadro di un assetto istituzionale non più conforme a quello su cui per Costituzionale ci si basava.
Nelle elezioni politiche italiane del 2 giugno 1946, si votò per l'elezione di un’Assemblea Costituente, cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta Costituzionale e contemporaneamente si tenne un referendum istituzionale perché i cittadini scegliessero fra un sistema di monarchia o quello di una repubblica. Quel referendum vide la vittoria del partito centrista della Democrazia Cristiana che si affermò largamente come prima forza politica italiana. Allora però l’unione Europea era assai lontana e ci vollero quasi cinquant’anni per la sua nascita. La sua prima formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio1992 .
Dalla data di quel referendum tutto sembra completamente cambiato e sarebbe davvero ingiusto e persino anacronistico definire la figura di Napolitano come quella di un “monarca” . Questo, tra l’altro, è comprovato dall’inerzia di un Parlamento incapace di aver trovato una nuova figura da sostituire al Colle, rendendo al Presidente Napolitano una forza maggiore sulle decisioni. Ma è lo stesso Capo dello Stato che, con senso di responsabilità ed equilibrio, ha sempre spinto con forza l’indispensabile opera di rinnovamento per le necessarie  le riforme spettanti al Parlamento.
Come si può dunque colpevolizzare ..sebbene in ambigui termini reverenziali, il nostro Presidente della Repubblica, quando la politica e tutte le istituzioni che ne fanno parte.. appaiono oggi vittime di se stesse?
Per quanto riguarda l’Europa.. poi..pur comprendendo il travaglio che stiamo vivendo..sarebbe bene che si capisse che ormai entrati, sarà impossibile uscirne senza dover peggiorare le cose. E se.. come afferma Paolo, l’Europa non riesce a comprendere il travaglio che stiamo vivendo… è anche vero che le tante difficoltà del nostro Paese, non saremo mai capaci di risolverle, senza l’aiuto della Comunità. Una di queste resta sicuramente quella del Mezzogiorno che, per via del bisogno delle infrastrutture, delle risorse e di una affermazione della legalità, non potrà mai poter fare a meno di una comune forza internazionale che guidi e vigili su un tale difficile processo di riqualificazione.
Dopo la evidente impotenza delle forze politiche della Nazione di questo ultimo ventennio nei riguardi del proprio territorio, lo stesso Sud.. dovrebbe oggi guardare verso una politica europea con più speranza, poiché riqualificare il sud significa rendere più forte la stessa Europa!

Vincenzo cacopardo    

27 dic 2013

Un commento ad una nota di Francesco Alberoni

L'Italia al tempo del pensiero distrutto

Nel mondo moderno e anche in Italia va sempre più prevalendo una forma di pensiero fatto di scritti brevi, di connessioni intuitive e di conclusioni frettolose: il pensiero frammentato. Lo usano i ragazzi col computer e gli adulti con i social network, con Twitter e gli sms, ma ormai domina anche nella televisione, soprattutto nel campo del dibattito politico, dove i partecipanti non espongono mai un pensiero completo con una argomentazione logica. Vengono subito interrotti da una battuta, da un filmato, da qualcun altro che si sovrappone. È vero che ci sono anche i giornali e i blog in cui è possibile scrivere articoli completi, ma i giornalisti politici, che monopolizzano la tv, riportano solo le battute più polemiche, a cui fanno seguire le risposte più cattive, trasformando regolarmente il dibattito in una chiassata.
L'esposizione con argomentazione è ormai scomparsa anche in radio, dove spesso si alternano canzonette, commenti, battute oscene, sghignazzi, un chiacchiericcio senza inizio e senza fine. Anche all'università, spesso, i ragazzi per giudicare un pensiero o un autore, dicono «mi piace, non mi piace», come fanno su Facebook. E spesso non riescono a seguire un ragionamento logico per una intera lezione. Si distraggono, perdono il filo. Se il docente vuol catturare la loro attenzione, deve mostrare filmati, immagini, grafici, fare spettacolo. D'altra parte anche nelle imprese i manager ormai usano solo presentazioni visive con frasi che riportano i fatti salienti, le idee-chiave e le tappe da seguire. E alla fine non c'è nessuno che riassume tutta l'argomentazione e ne trae una rigorosa conclusione logica. È questo modo di pensare frammentato una ragione dei gravi errori che vengono compiuti sia in economia (pensiamo all'euro) sia in politica. E spiega perché spesso, dopo tanti dibattiti, le decisioni intelligenti finisce per prenderle uno solo. È fortunata l'impresa o il partito che ha un capo capace di elaborare i problemi complessi in una sintesi elementare ed arrivare ad una decisione chiara. La scienza è semplificazione, il genio è semplificazione e la verità è semplice.
Francesco Alberoni


Nella prima parte del suo articolo, non posso che essere d’accordo con ciò che espone con estrema chiarezza Franceso Alberoni. Nel breve scritto si evidenzia uno dai problemi che tocca da vicino il dialogo frammentato di tutti coloro che oggi sembrano non accompagnarlo attraverso un essenziale filo logico: Capita spesso di avere un dialogo con i giovani e di trovarsi in grande difficoltà nel recepirne il contenuto, poiché la continua frammentazione, spezza il filo logico al quale siamo abituati. Non a caso il sociologo dà rilievo al tema di “un pensiero  distrutto” individuandolo come pensiero frammentato tendente alla ricerca di conclusioni frettolose che, seppur intuitive non definiscono mai una argomentazione logica. Un pensiero, oggi, purtroppo alimentato, quasi esclusivamente, dai moderni congegni tecnologici messi a disposizione e non supportato dalle fondamentali letture che, al contrario impegnerebbero il pensiero in una logica della mente ben diversa. 
La sua conclusione sulle decisioni, però, mi trova solo in parte d’accordo, poiché mi sembra un po’ troppo riduttiva ed.. in un punto, non del tutto adattabile alla politica: trarre una conclusione logica in politica mi sembra cosa assai diversa che prendere decisioni in una azienda!
Quando Alberoni, (ponendolo sullo stesso piano di una Azienda) ritiene fortunato un Partito perché a capo di esso vi è una figura capace di elaborare i problemi complessi in una sintesi elementare per arrivare ad una decisione chiara, non sembra percepire la enorme differenza e le diverse problematiche che esistono in una disciplina politica.. che non deve definire la vendita..nè la promozione di un prodotto, ma il percorso di una società dove entrano logiche culturali e fondamentali valori.  
“Un unico leader che riassume nella propria figura e nel suo linguaggio una sintesi decisionale” può aiutare la scienza..ma non propriamente la cultura di una politica che in sé non è solo scienza e deve anche esprimere idee ed arte nella sua continua attività di ricerca.
vincenzo cacopardo 


24 dic 2013

La “svolta” generazionale di Letta


Non credo che oggi siano in dubbio le cose che occorre fare, quanto come poterle fare e con quale metodo muoversi ed intraprendere i giusti percorsi…né credo tanto ad uno svecchiamento delle figure, quanto ad un vero ricambio di queste in termini di qualità .. poiché non è detto che tutte le figure più giovanili che si approcciano alla politica…siano in grado di esercitarla con quell’essenziale equilibrio e quella innovazione necessaria.

La svolta generazionale messa in evidenza dal presidente del Consiglio Letta.. non sembra ben esposta, rischiando di divenire esaltata in favore delle figure e non dei pensieri e delle idee: La rigenerazione  di una classe politica.. non deve proprio indicare un’età, ma una capacità di saper costruire il futuro della politica in termini di vera innovazione attraverso una visione più lungimirante accompagnata da un sano equilibrio…In tanti, nel passato, non sono stati in grado di saper innovare ed è giusto che lascino...a prescindere dalla loro età! 

Se uno scopo vi deve essere nell’attività politica, questo deve guardare principalmente alle idee ed al metodo con cui queste si devono mettere in atto… Chiunque poi.. può dire la sua ed è naturale che chi è più giovane potrebbe avere maggior capacità di tirar fuori nuove idee, ma anche una carenza a doverle porre in atto per una naturale mancanza di esperienza di vita che rimane fondamentale per chi si accosta ai temi sociali e politici di ogni comunità.Vi è poi una non trascurabile questione culturale di chi guarda la politica con profonda coscienza immedesimandovisi con passione.

Attenzione..dunque.. a non confondere la svolta generazionale di cui ha bisogno la politica, limitandola ad un esclusivo concetto di età e quindi arginandone il confine ad un elitario gruppo di giovani figure.  
..importa ciò che si dice...non quello che si è..

Vincenzo Cacopardo

23 dic 2013

La logica formazione di un governo

I GIUSTI PERCORSI DI UNA GOVERNABILITA’
Dando uno sguardo al percorso della politica con un occhio più critico, continuiamo a riscontrare anomalie portate.. dall’inerzia delle stesse istituzioni e.. dall’avvento di un sistema bipolare che, ad oggi, non ha aiutato quella indispensabile strada delle riforme.
Quando oggi, il giovane e promettente politico Matteo Renzi.. afferma che al nostro Paese serve una legge elettorale che dia sicurezza ad una governabilità, saltando a piè pari il problema dei Partiti, dice qualcosa che in sé è un concetto usuale e pletorico .. ma non ponendo l’attenzione sul fatto che…una volta formato un governo, il Parlamento potrebbe soggiacere ad una attività governativa.. non avendo più alcuna ragione di esistere, tranne che per la routine di un lavoro subordinato agli ordini del suddetto. Mettendo, in tal modo, in forte dubbio l’importanza dell’art 67 della Costituzione sulla libertà e l’espressione del voto.
La stessa Costituzione ha sempre indicato la formazione di un governo attraverso  elementi utili diretti a verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare e gli orientamenti da questa espressi ed ha anche posto una eventuale mozione di sfiducia, come unica ipotesi di un atto interruttivo del rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento, fornendo così una logica all’esistenza dell’articolo 67.
Una fiducia ad  un governo.. quindi.. non potrà mai pretendersi immobile e statica, poiché.. se così fosse, sarebbe inutile l’intervento fiduciario del Parlamento.
La anomalia resta quindi quella di pretendere che oggi vi possa essere una governabilità dall’alto tendente a penalizzare un’attività parlamentare per il solo principio di rendere più stabilità. ..e tutto ciò senza nemmeno pensare di offrire alternative di ricerca ad un tale modo, quasi obbligato, di intendere un percorso politico istituzionale.
La nostra Costituzione ha sempre teso a dare più forza ad un sistema proporzionalista (come indica l’art. 56) in un contesto che vedeva il formarsi di un governo in seno alle stesse Camere.. attraverso la determinazione di un programma discusso con le forze partitiche. Vi era, prima, un’indubbia spinta verso una maggioranza che andava formandosi fuori, ma anche all’interno delle stesse Camere parlamentari condividendo un programma dei Partiti.
Successivamente.. con le logiche del bipolarismo..una governabilità si è intesa costruirla prima fuori dalle Camere con il rischio di non ottenere le stesse capacità di tenuta e senza prima aver proceduto ad una ragionevole riforma dei Partiti.
Oggi.. addirittura...si intende ottenere una governabilità e fornirgli la massima sicurezza attraverso sistemi elettorali che potrebbero ingabbiare definitivamente ogni dialettica politica di base: Matteo Renzi vorrebbe condurre le fila di questa marcia per  dare libero sfogo alle sue idee e poter fornire la sua “innovazione” al sistema, ma, in cambio..frustrando una più libera azione di base della politica.  
Il privilegio di poter dare sfogo alle idee non può mai essere di uno solo, ma dovrebbe essere affidato proprio ai Partiti ed alla loro collaborazione diretta con i cittadini. Se, poi, a ciò.. includiamo l’esasperazione odierna di un certo “leaderismo”..dove resterà quello spazio per una politica di libera espressione  democratica?
vincenzo cacopardo  




Letta..tenace nella confusione

IL COMPLICATO NATALE DEL VOLENTEROSO PREMIER

Dopo il tentativo voluto da M5s.. per consentire alle amministrazioni pubbliche di recedere dai contratti d'affitto troppo onerosi per i propri palazzi, il governo pare.. adesso.. costretto ad una retromarcia.
Mentre.. persino Papa Francesco.. raccomanda alla politica risposte più concrete  per un popolo ormai in crisi da anni, ci si domanda perché il governo non ha almeno messo mano alla giungla delle agevolazioni fiscali. Vi era un chiaro impegno per la riduzione del costo del lavoro, che oggi sembra disatteso. Inoltre.. per il cuneo fiscale.. non si evidenziano tagli rilevanti e sul lavoro si intravedono solo cospicui oneri dei contributi dei lavoratori autonomi per salvaguardare gli esodati.
Per la spending review si lavora sempre per il futuro ed i tagli estremamente limitati, si vedono posticipati al 2015 ed il grosso.. negli anni successivi. Pare, poi, muoversi col rallentatore l'abolizione delle province ed una legge sul finanziamento ai partiti non ancora chiara…insomma..i tanto declamati tagli alla politica, ad oggi, sembrano solo teoria.
Quando fu dato corso a questo governo, pur nella confusione di un programma non definito, ma per rendere con celerità un servizio al Paese, la strada sarebbe dovuta essere quella delle riforme. Letta aveva dato il termine di diciotto mesi per la soluzione delle riforme più urgenti. Ad oggi la confusione sembra aumentare ed il Premier deve andare incontro ad un semestre europeo non del tutto tranquillo, mentre.. il commissario Rehn sembra continuare a richiamarci sugli scarsi risultati ottenuti e sul pesante debito.
Si capiva bene che queste problematiche di tipo economico ed istituzionale per il rinnovamento di una politica avrebbero avuto bisogno di maggior tempo e, malgrado la riconosciuta volontà e la pazienza, il presidente del Consiglio Letta, non avrebbe potuto raggiungere nei tempi risultati evidenti...un Natale non del tutto tranquillo ed un difficile anno a venire!
vincenzo cacopardo



20 dic 2013

Populismo spinto e piazze in allarme


   
IL PAESE INCANDESCENTE

Una certa politica demagogica sembra aver dato stura alle focose manifestazioni di piazza che si succedono  di continuo. Le piazze stanno diventando sempre più pericolose, sembra più difficile contenere un certo populismo di reazione ad un sistema malato come il nostro ed appare davvero irresponsabile…continuare a trascinare le folle con parole che inneggiano ad una interminabile condanna verso la politica. Se tanti politici hanno sbagliato…non va di certo condannata la politica e quella cultura che dovrebbe guidarla!

Senza la politica non ci può essere alcun futuro per la società!
Al di là della desolante visione di un Paese..ormai  privo di un’utile politica…sembrano susseguirsi messaggi pericolosissimi che invitano alla violenza.. e che non possono lasciarci tranquilli. Si sentono  pesanti offese sulle forze dell’ordine..ormai ritenute vendute allo Stato, uno Stato del quale si tende a perdere ogni riferimento, ma che.. se dovesse anche non far fede sulla forza pubblica, resterebbe privo di ogni difesa.

Se l’asticella che regola il grado di povertà del paese, già troppo alta, dovesse raggiungere il limite consentito, la nostra popolazione potrebbe generare stati di aggressività ancora peggiori.
La tensione sembra altissima…ma chi, oggi, si riempie la bocca della parola “cambiamento” e pensa che fomentando le piazze, si possa ottenere un giusto risultato, si può solo illudere! Questo tipo di lotta non potrà che generare riscontri negativi, anche se qualche movimento, nella sua protesta, continua a professarsi antiviolento. Seppur non aggressive, queste manifestazioni genereranno sempre disordini dove si infiltreranno coloro che ormai non hanno nulla da perdere e che, nella infinita disperazione, non saranno più in grado di ragionare.

Il sistema potrà solo cambiarsi dall’interno ed attraverso una logica democratica alla quale non dobbiamo, ne possiamo.. sottrarci! Pretendere di poterlo cambiare dall’esterno equivarrebbe a voler curare un malato grave togliendogli l’ossigeno o il lettino sul quale giace disteso, quando invece occorre operare con  attenzione e metodo all’interno del suo corpo per estirpare il male che lo tormenta.  


Mai come oggi, la cultura di Stato dovrebbe essere salvaguardata e custodita con particolare attenzione. Essere tenuta in alta considerazione da chi opera in politica e da tutti quei cittadini che ancora credono in un sistema democratico…poiché, sia le azioni che i comportamenti nei rapporti sociali, restano i valori fondamentali su cui poggia il sostegno della collettività ed il suo futuro.
vincenzo cacopardo

nuovo commento del Consigliere Cacopardo sulle legge elettorale

Oltre la facciata
di domenico Cacopardo

I protagonisti delle polemiche di questi ultimi anni a proposito del Porcellum, hanno tralasciato di ricordare che leggi simili regolano le elezioni regionali, dal Tatarellum (compreso) in poi. Due esempi in breve: l’Emilia Romagna (turno unico) prevede un premio di maggioranza di dieci seggi (bloccati) attribuito al partito che ha ottenuto più voti. La Toscana ha un doppio turno con elezione diretta del presidente, una soglia di sbarramento al 4%, l'assenza di preferenze, e un listino regionale che permette di presentare ai partiti fino a 5 candidati fissi in ogni circoscrizione. La ‘democratica’ Toscana è la più vicina al deprecato centro-destra.
In entrambi i casi, non è prevista alcuna soglia per accedere al premio di maggioranza.
Siamo, quindi, in palese, insanabile contrasto con la recentissima sentenza della Corte costituzionale.
Un analogo ragionamento si può applicare alle elezioni comunali, fondate su un sistema maggioritario spinto.
Le vaghe proposte avanzate dal leader del Pd dimostrano che né lui né i suoi consiglieri tengono conto della situazione reale e delle difficoltà oggettive. Certo, non c’è ancora nulla di preciso, dato che i giocatori della partita stanno facendo melina nel timore di scoprirsi e di essere impallinati. È tuttavia incontestato che la campagna per le primarie del Pd è stata improntata al rafforzamento del bipolarismo, mediante il maggioritario. Cerchiamo di capirne le conseguenze. La prima è la vulnerabilità costituzionale di una legge improntata a queste scelte. Verrebbe approvata poco dopo la sentenza sul Porcellume riproporrebbe gli stessi vizi. L’unica via per introdurre questo sistema in Italia è la riforma costituzionale: solo inserendolo, si può essere sicuri della sua legittimità.
Ma di questo né Renzi né i suoi consiglieri si occupano.
Ci sono poi le conseguenze politiche. La prima è la distruzione del progetto Alfano: è infatti evidente che marciando sulla strada del bipolarismo maggioritario, per il gruppo di parlamentari che ha abbandonato Forza Italia è pronto il destino di Fini.
Una prospettiva che ribalterà i suoi effetti sul governo Letta, esponendolo ancora di più a fibrillazioni quotidiane.
La seconda, è il ritorno in grande stile di Berlusconi sull’agone politico. È vero, il secondo posto –secondo la weltanschauungrenziana- sarebbe disputato tra il cavaliere e Grillo e nulla, quindi, è definito, ma il cavaliere, nonostante tutto, se la può giocare, capace com’è di cogliere il sentiment della pancia del Paese.
Se aggiungiamo il recente spostamento a sinistra di Renzi, possiamo ipotizzare che gli spazi per il centro-destra si vadano allargando (anche perché, alla fine, Alfano, stando così le cose, sarà costretto a rientrare all’ovile) e che l’annunciata vittoria alle prossime politiche del giovane fiorentino rischi di diventare illusoria.
Per finire: tutti i sintomi della politica di Renzi confermano l’idea che voglia precipitare le cose per ottenere le elezioni prima possibile. Sa bene che il tempo non lavora per lui.

Non ci riuscirà. E inizierà a rendersi conto che la politica nazionale è cosa ben diversa di una giocata al bingo fiorentino “Nuova Fortuna”. 

Un commento di Domenico Cacopardo sulla legge di stabilità

A margine della legge di stabilità
di domenico Cacopardo

Tra il mare di documenti che è possibile trovare in rete, abbiamo voluto leggere quello (2011) della Ragioneria generale sulla spesa regionalizzata confrontandolo con i dati pro-capite della Cgia di Mestre. Un insieme di numeri ben più significativi di quelli che hanno animato le discussioni sulla legge di stabilità. A questi numeri dobbiamo ispirarci per esprimere una valutazione della legge medesima ormai al traguardo. Ecco, dunque, in estrema sintesi i dati più interessanti.
La regione Sicilia spende, in complesso, 551 euro per abitante. In totale 44 miliardi di euro. La Lombardia 115 e 91. Il Veneto 84 e 39. L’Emilia Romagna 80 e 40. La media nazionale pro-capite è di euro 219. Per le invalidità civili in Sicilia si spende 1 miliardo e 915 milioni. In Lombardia 1 miliardo e 633 milioni. In Veneto 904 milioni. In Emilia Romagna 854 milioni. In Campania 2 miliardi e 200 milioni.
Emerge in tutta evidenza che l’introduzione della spesa standard è l’urgenza più immediata. Certo, occorre immaginare un percorso di avvicinamento, ma non è tollerabile che la Sicilia spenda due volte e mezzo quanto si spende mediamente in Italia, 5 volte la Lombardia, 6 volte il Veneto e 16 l’Emilia Romagna.
Ci vuole più forza politica a ricondurre nell’ambito della tollerabilità il pittoresco (non è un complimento) governatore Crocetta o colpire alla cieca qualche categoria con scarso peso sociale?
Nella stagione dei sacrifici, non è accettabile che gli italiani finanzino la dissipazione senza una speranza di ricondurla in limiti tollerabili.
È noto che, nella macchina pubblica, ovunque, anche nella più virtuosa delle nazioni, si annidano sacche di spreco e quindi l’avvicinarsi alla media nazionale di spesa pro-capite non eliminerà gli sprechi. Li ridurrà.
Nell’invalidità civile il record, s’è visto, è della Campania, ma non è possibile accettare un sistema di convivenza basato sull’imbroglio: si premiano gli imbroglioni; si puniscono i cittadini corretti.
Occorre intervenire sugli statuti regionali? Certo, occorre. Ma, intanto, senza proporre modifiche costituzionali –come quelle necessarie per la Sicilia, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, la Val d’Aosta e le provincie di Bolzano e di Trento-, basterebbe una norma della legge di stabilità per il taglio dei picchi di spesa.
Le minori disponibilità inciderebbero sull’entità delle uscite, introducendo da questo lato quei costi standard di cui si parla da alcuni anni.
E, infine, un’ultima osservazione: se i numeri che ci sono fossero presentati senza abbellimenti ed eufemismi, se il trionfalismo governativo fosse misurato su ciò che di sostanziale è possibile, gli italiani potrebbero giudicare e condividere anche le decisioni più dolorose, come è successo in passato.
Ci vorrebbe, però, un ministro dell’economia. Un uomo capace e capace di comunicare.
Per ora non c’è.