8 giu 2015

una analisi sul nuovo articolo del consigliere Cacopardo: Il caso De Luca

Puntualmente.. il consigliere Cacopardo, trova modo e motivi per affrontare una questione che.. già da tempo.. si sarebbe dovuta esaminare con prudenza.. non esponendo figure compromesse ad una candidatura

Se nella fattispecie il reato è davvero lieve (sempre che di reato possa parlarsi) è anche vero che tutti i parlamentari nel passato hanno votato detta legge Severino che, nel bene o nel male, intendeva porre precisi limiti anche alla presentazione delle figure politiche: Una normativa che traeva il suo presupposto dagli allarmanti studi compiuti dall'UE e dall'OCSE in materia di corruzione e che dettava nuove cause ostative alle candidature negli enti locali e nuovi casi di decadenza o sospensione dalla carica. Un decreto legislativo recante un testo unico della normativa in materia di incandidabilità a tutte le cariche pubbliche elettive.

Non era difficile, in Campania, tagliare questo nodo.. invece di imporre forzatamente Vincenzo De Luca alla presidenza della regione Campania, il quale non potrà insediarsi a causa della stessa legge. E' vero!..De Luca è stato condannato solo in primo grado per abuso d'ufficio... ma la cosa per la legge Severino provoca la sospensione immediata dall’incarico. 

In questi giorni si è molto discusso su come debba applicarsi la legge nel caso di un amministratore eletto ma non ancora insediato. Raffaele Cantone sostiene che De Luca dovrà avere per legge almeno il tempo di formare la giunta e nominare un vice-presidente a cui affidare l’incarico, in attesa del processo di appello del suo caso. Ma la domanda naturale è quella di chiedersi se la legge Severino debba essere interpretata come decadenza dall’incarico (come avvenuto in simili altri casi) ..sia che intervenga la Corte Costituzionale ..sia la stessa Avvocatura di Stato.

Al di là delle innate capacità di Raffaele Cantone, magistrato e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, secondo cui la legge Severino nel caso di De Luca agisce come una “sospensione” e non come una “decadenza”, resta davvero incomprensibile il fatto di come sia stata posta con ostinazione tale candidatura per una chiara volontà di opporsi ai limiti di una normativa in realtà voluta e votata dalla stramaggioranza della politica.

Qualcuno afferma che De Luca possa insediarsi, nominare la giunta e solo dopo essere sospeso per gli effetti della legge Severino: a quel punto la guida della Regione sarebbe assicurata dal vicepresidente scelto dallo stesso De Luca. Tutto ciò era sicuramente noto al premier Renzi che ha optato per una più sicura vittoria della regione.. non preoccupandosi di fomentare critiche e parecchi dubbi. Dimenticandosi, nella qualità di falso rottamatore, il principio delle “regole” di cui tanto si riempe la bocca.

Più che una anomalia quello che salta agli occhi in un fatto come ciò definisca una certa prepotenza da parte della politica di fare e disfare a piacimento e convenienza. Nella fattispecie... è inutile tergiversare: O si cambia la legge Severino o non si presentano tali candidati!

La Corte costituzionale ci dice : “È indubbio che la sospensione obbligatoria...integri gli estremi di un vero e proprio impedimento del Presidente che gli preclude l’esercizio delle attribuzioni connesse alla carica… con conseguente impossibilità di compiere qualunque atto”. Come è indubbio che nel recente passato i provvedimenti assunti dallo stesso premier Renzi in applicazione della legge Severino, hanno rispettato questi principi: Un esempio per tutti rimane il caso di un amministratore regionale coinvolto nello scandalo Mose, dove Palazzo Chigi ha dato atto che la interdizione retroagisce al momento in cui la incompatibilità si è determinata.

Il caso Campania si è rivelato un gran pasticcio istituzionale. Quello che stupisce non può essere il lieve reato in questione, quanto l'impudenza di dover prendersi gioco di una legge che, nel bene o nel male, è stata votata quasi all'unanimità da forze politiche che oggi sembrano trovare mille pretesti per non attuarla.
Vincenzo cacopardo



Si sta facendo strada una valutazione puntuale delle discutibili norme introdotte dall’avvocato Severino durante la sua discutibile «performance» al ministero della giustizia.
La «cacciarella» alle streghe imbastita dal vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio (studente fuori corso nell’Università di Napoli, trasferito da Grillo alla Camera dei deputati e, quindi, alla vicepresidenza) deve arrestarsi di fronte alle fondate osservazioni del commissario anticorruzione Raffaele Cantone, uno che nell’Università di Napoli s’è laureato e che ha vinto un difficile concorso in magistratura, e del procuratore della Repubblica di Salerno Corrado Lembo (anche lui laureato e vincitore di concorso).
Convengono entrambi in una critica specifica alla Severino, a proposito della sospensione dell’exsindaco (sospeso) di Salerno, Vincenzo De Luca, appena eletto presidente della regione Campania: in sostanza, dicono i due alti magistrati di riconosciuta esperienza, nessuno può essere sospeso da una carica che non (ancora) ricopre.
Il clamore, quindi, suscitato dall’elezione, dalla proclamazione e dall’imminente insediamento deve placarsi in attesa che De Luca, integrato nell’incarico, costituisca la giunta e inizi l’attività amministrativa.
I richiami dei concorrenti, primo fra tutti, Stefano Caldoro, ma anche, nel solito modo scomposto e rumoroso, dei 5 Stelle, non riescono a scalfire le esigenze formali e sostanziali che la situazione legislativa impone senza incertezze.
Il medesimo argomento elettorale dell’inidoneità di De Luca alla candidatura (con il corollario dell’esternazione della Bindi in versione giacobina) viene meno: tutti hanno saputo che, una volta eletto e insediato nella presidenza, De Luca avrebbe subito una sospensione la cui sussistenza e durata sarebbe stata oggetto di uno specifico procedimento giudiziario.
Nonostante questo impedimento (non immediato) De Luca è stato votato da elettori pienamente consapevoli, tanto da vincere le elezioni. Un risultato derivante certo dagli eccellenti risultati ottenuti durante la sindacatura salernitana, ma anche per l’accentuata simpatia che gli ha procurato l’uscita di Rosy Bindi.
Ora, nell’ordine, ci saranno la ricognizione dell’avvenuta elezione, l’insediamento e la nomina di una giunta con l’indicazione di un vicepresidente. Subito dopo, il presidente del consiglio, cui compete l’onere della sospensione, assumerà il relativo provvedimento. De Luca farà un passo indietro lasciando l’onere di governare al suo vicepresidente e si rivolgerà all’autorità giudiziaria ordinaria, secondo la decisione della Corte di cassazione che ha escluso la competenza dei Tar.
C’è una ragione precisa e incontestabile nella scelta della Cassazione: gli effetti di una sentenza debbono rimanere nell’orbita dell’autorità che l’ha comminata, anche se gli stessi si sono sostanziati in un atto amministrativo.
Questo fa emergere con chiarezza l’errore della Severino (peraltro, avvocato di chiara fama) e, soprattutto del Parlamento che ha approvato le norme: il compito di stabilire in ogni caso specifico le cosiddette pene accessorie spetta al giudice giudicante e solo a lui, che deve vigilare sulla loro attuazione, secondo i principi generali dell’ordinamento.
L’avere immaginato un meccanismo «juke box» per le stesse, introducendo un discutibile (e, probabilmente, incostituzionale) automatismo tra accertamento del reato e sospensione, può solo rispondere a una esigenza di popolarità politica, inconcepibile per un ministro «tecnico» di un governo «tecnico».
Ovviamente, la questione non rimarrà tal quale è, anche perché manca qualsiasi graduazione della pena accessoria, vigente anche per un reato residuale e minore come l’abuso d’ufficio.
Nel caso De Luca, una questione terminologica («project manager» invece di «coordinatore di progetto», insieme a un compenso nient’affatto faraonico) che difficilmente supererà il vaglio delle corti superiori.
Gli agitatori della pubblica opinione dovrebbero essere più cauti, giacché a furia di agitarsi anche contro i mulini a vento saranno credibili come gli urlatori di «Al lupo, al lupo!»
Domenico Cacopardo

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