9 nov 2013

Le perplessità di domenico Cacopardo sulla legge di stabilità


Costi standard e spesa storica di domenico Cacopardo

È di mercoledì l’ultima buona notizia: per la sanità le regioni inizieranno a sperimentare i costi standard. In via definitiva, li applicheranno dal 1° gennaio 2014. Non che ce ne siano state molte, di buone notizie. L’altra recente è che la vigilanza sulla banche europee sarà effettuata dalla Bce. La competenza della Banca d’Italia viene così integrata da quella, più severa, comunitaria. Dopo le vicende Monte Paschi e Carige, avvenute in regime di
controlli italiani, a cura dell’ufficio di Anna Maria Tarantola, passata poi, in premio, alla Rai, c’è da sperare che questo genere di episodi non abbiano più a ripetersi.
Tuttavia, solo ieri, 8 novembre 2013, si è saputo che non si pagherà la seconda rata dell’Imu: coperture e balzelli alternativi non sono però chiari.
Intanto, dalle serrate discussioni sulla legge di stabilità emerge un dato inconfutabile: nel 2014 la pressione fiscale aumenterà, salvo poi ridimensionarsi in modo lieve nel 2015 e nel 2016, a condizione che i presupposti di gettito si realizzino. Del che è lecito dubitare, visto che non solo in Italia, ma anche in Europa le previsioni di crescita del nostro governo sono giudicate troppo ottimistiche.
Il clima parlamentare e dei media getta un’ombra sgradevole sul ministero dell’economia. E non è un segreto che nei corridoi di palazzo Chigi si manifestino perplessità sul suo titolare.
La questione di fondo, tuttavia, è di merito e riguarda l’intero impianto della legge di stabilità, molto legata al passato, ai tagli lineari e alla vieta ripetizione di formule e misure già ampiamente respinte dagli esperti italiani ed europei. Insomma, le uscite continuano ad evolversi in modo automatico.
Il nodo, risolta la sanità, riguarda la spesa storica dei comuni e i costi standard sul complesso degli acquisti e delle forniture dell’amministrazione dello Stato, più o meno 130 miliardi di euro l’anno. Accade spesso, troppo spesso che tra opere simili i costi presentino differenze macroscopiche. Tutto quello che si paga in più alimenta, in genere, corruzione e malavita.
La corruzione di cui parliamo è prima di tutto politica (con, all’interno, la burocrazia), e serve anche al crimine organizzato. Introducendo costi standard daremmo al fenomeno un colpo mortale. A parte la nomina di un commissario alla spending revue che, in ogni modo, avrà serie difficoltà da superare, c’è da chiedersi perché il governo non s’è appoggiato alla inesorabile legge dei numeri, visto che le statistiche su questo tipo di spesa pubblica ci sono tutte, e non sia intervenuto sui trasferimenti alle regioni (a parte la Sanità), stabilizzandoli su valori ragionevoli.
Il perché è presto detto: il coraggio non si compra al supermercato. E, per un’operazione del genere, ci vuole coraggio visto che va a incidere sul campo minato del finanziamento illecito della politica. Meglio ricorrere alle serie storiche che premiano chi più e peggio spende e attenersi al solito tran-tran.


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