17 apr 2014

Un appunto al nuovo articolo del consigliere Cacopardo sul lavoro di Matteo Renzi

di domenico Cacopardo
Sono passate poche settimane dall’insediamento di Matteo Renzi a palazzo Chigi e il panorama politico nazionale è completamente cambiato. Chi ancora pochi mesi fa era al vertice dello Stato o dei partiti è fuori gioco o quasi, ancorato a un tempo che non tornerà e di cui non c’è alcun rimpianto. Li abbiamo visti operare, puntare tutto sul berlusconismo e sull’antiberlusconismo, sostenendosi a vicenda, mentre la Repubblica rimaneva immobile davanti ai suoi problemi.
Questa staticità è confermata dall’elegiaca rievocazione di Berlinguer realizzata da Veltroni: gli errori del capo del Pci non sono sfiorati consegnando agli spettatori un’immagine inattendibile di un politico che ha perduto molte battaglie. Finché le disperse truppe dell’exPci non riusciranno a fare i conti critici con il passato, per loro sarà difficile riconquistare un posto al tavolo delle decisioni.
In questo mondo sclerotizzato, irrompe il giovane sindaco di Firenze e spariglia le carte con una capacità mediatica superiore a quella del mago della comunicazione Berlusconi. Il suo successo è reale e percepibile ogni giorno. Certo, il compito del premier è facilitato dal crollo della vecchia classe dirigente, ma l’elemento più coinvolgente è la ripresa del discorso riformista abbandonato dall’Italia dei partiti alla fine degli anni ’80.
La stessa escalation di aggressività di Beppe Grillo (privo, e si vede, del suo guru preferito), il ricorso a frasi sempre più forti, la perdita del controllo del proprio cervello e della propria lingua, mostrano una profonda insicurezza nei confronti della novità Renzi, al suo linguaggio diretto e alla simpatia che riscuote tra gli italiani.
Certo, non è tutt’oro il luccichio di primo ministro. Ci sono stati e ci sono problemi seri, sia all’interno del governo, per la disarmante pochezza di molti ministri (e sottopancia), per alcune dichiarazioni demagogiche, non ultime quelle sulla burocrazia, sugli alti dirigenti e sui manager, per alcuni provvedimenti in itinere molto discutibili. Tra essi, il medesimo disegno di legge di riforma del Senato appare come un arzigogolo da apprendisti legislatori piuttosto che un progetto ben ragionato e coerente. Non c’è una ragione plausibile per non abolire tout-court il Senato, liberando risorse e tempo nell’iter dei provvedimenti sui quali il nuovo organismo dovrebbe pronunciarsi. Il pragmatismo che governa il  capo del governo lo spingerà, al momento giusto a correggere il tiro. Di fondo, la direzione di marcia è giusta: quello che conta, infatti, è avere abolito il diritto di veto della Cgil e della sinistra interna ed esterna al Pd. Le azioni privilegiate nelle mani di queste aree politiche sono ormai fuori corso. La necessità di non avere nemici a sinistra, di riverire alcuni esponenti del radicalismo senile, di non muovere nulla senza il consenso di personaggi dello spettacolo, del cinema, della cultura è stata cancellata d’un tratto, restituendo la priorità alle urgenti necessità del Paese.
E Giorgio Napolitano, riflettendoci, di questo cambiamento è stato il primo, inascoltato interprete. Colui che ha saputo andare al di là dei veti tradizionali, navigando in mare aperto.
Non c’è dubbio, siamo entrati nel terzo millennio.

Non vorrei che.. il più dotto cugino Domenico, con il quale mi confronto sempre volentieri, dovesse,  un domani, con meno ottimismo.. esprimersi in altro senso sul lavoro del sindaco d’Italia Renzi. Avendo lui stesso,  sottolineato.. nel passato.. le difficoltà di questo governo composto da quelli che ha definito come “apprendisti” e  dichiarando adesso “discutibile” una riforma come quella del Senato.
Io.. a questa..aggiungerei quella relativa alle Provincie (sulla quale potremmo anche attenderci confusione sulle future competenze ed altrettanta inefficienza sul meccanismo) e quella poco democratica del sistema elettorale. Messe insieme tutte e tre danno sicuramente un quadro assai chiaro…e cioè quello di voler intrappolare una democrazia in favore di un primario potere governativo stabilito dall’alto.
Il cugino Domenico richiama giustamente il momento storico politico che ha visto il crollo di una certa classe politica aiutando non poco il cammino di Renzi..ma è proprio il risoluto pragmatismo del nuovo Premier a destare serie preoccupazioni  da parte di chi dovrebbe vedere la politica come mezzo per il raggiungimento di una sana funzione costruttiva...il resto è tutto più facile: --Chiunque con la forza risoluta di un assolutismo può cambiare un sistema...molto più difficile è farlo tenendo fede ai principi di una democrazia!
Ora… sia il forte pragmatismo che il decisionismo di chi oggi pretende di approcciarsi ai temi della politica in modo assai sintetico e tranchant..anzichè con il dovuto rispetto e la necessaria umiltà, fanno tanto pensare ad un cambiamento che somigli più ad un processo di “restaurazione”.
Quando un politico avanza così determinato ..per quello che oggi dovrebbe rappresentare un cambiamento epocale.. senza un serio scambio in seno al suo stesso Partito, parlando continuamente per slogan..a volte demagogicamente..e persino con quel “remarque”  populista simile a quello di Grillo, assai poco potrà contare il linguaggio diretto e la simpatia che riscuote, quando ciò viene dettato da una comunicazione che lascia dubbi e che poco può spartire con la logica di programmi funzionali...
Per finire… poi.. sul merito delle sopracitate riforme che continuano a convincere poco e che possono attrarre solo per l’ignoranza dei tanti cittadini che non conoscono bene i meccanismi delle istituzioni, né quale deve essere il vero fine di una società democratica.. o a chi si illude che col solo pragmatismo si possono superare le problematiche di una indispensabile crescita che necessita principalmente di nuove idee.
vincenzo cacopardo




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