15 ott 2014

Un nuovo appunto di Domenico Cacopardo



di domenico Cacopardo
La ricchezza non conosce patria né confini. Puoi tentare di imprigionarla con leggi severe e pene capitali, ma essa, essendo per natura libera e libertaria, riesce sempre a muoversi e ad andare nel luogo nel quale è meglio trattata, difesa e promossa.

Questo elementare canone della società moderna globalizzata (ma va ricordato che anche le ricchezze dei gerarchi comunisti russi erano libere di muoversi e di posarsi nella deprecata, capitalista Svizzera) non è conosciuto da gran parte della politica italiana, dai media e, soprattutto, dal mondo del lavoro, ancora imbevuto di idee altrove defunte. Per esempio, quella che circola con insistenza che lo Stato doveva intervenire per impedire alla Fiat di lasciare l’Italia, alla Thissen di chiudere Terni, all’Alcoa di continuare a perdere con le produzioni di alluminio in Sardegna. 

Anche la notizia dell’esodo di svariate decine di miliardi di euro dall’Italia nel 2014 viene raccontata come una specie di diserzione di fronte al nemico, quando è la prova che questo Stato, lo Stato di Napolitano, di Monti e di Letta e, in parte, di Renzi, ha sbagliato in modo clamoroso la propria politica economica e sociale non mettendo a frutto nessuna delle lezioni che sono sotto i nostri occhi dalla Cina alla Germania, dall’Irlanda agli Stati Uniti.

Siamo ancora dietro a cariatidi umane e culturali come la Camusso e la Landini. Permettiamo ai neooblomivisti (Oblomov era un esponente del movimento nihilista russo, sotto lo zar) di intossicare i nostri giovani: tornano demenziali manifestazioni di studenti contro la riforma della scuola che intende avvicinare la stessa all’impresa per chiudere quel cerchio che impedisce di studiare ciò che serve nella vita. Per esempio economia turistica in zone agricole e agraria in zone industriali. Qualcuno bravo, non l’incomunicante ministra della pubblica istruzione, più nota per il topless che per il suo contributo alla politica scolastica del governo, deve andare in televisione, sui giornali o, addirittura –come ha fatto il primo ministro- nelle scuole, per spiegare che il tentativo in corso è l’unico che può migliorare le attese di lavoro. E che è concreto, immediato interessi degli studenti sostenerlo, cacciando via cattivi maestri in cattedra e fuori.

E gli editori dei –finalmente declinanti- talk show, tossici per il demone dell’audience, potrebbero tentare formula nuove, cambiando i ripetitivi conduttori per giovani –sì giovani e giovanissimi- capaci di discutere dell’Italia di oggi e del «sentiment» che anima i ventenni e della ragione che alimenta coloro che hanno avuto successo lavorando in Italia e nel mondo.

Giacché, ormai è chiaro, siamo nel pieno della terza Repubblica e abbiamo cominciato a entrarci con l’approvazione della legge elettorale Berlusconi-Calderoli che consegna nelle mani di pochi leader i nomi dei parlamentari. E la prossima legge Renzi-Berlusconi, a quanto pare, confermerà la tendenza, affidando non ai partiti ma ai loro capi la scelta dei deputati. 

Anche se diventerà un luogo di attuazione di decisioni prese altrove, il Parlamento, però, sarà sempre le sede, ormai unica, della democrazia. Una istanza residuale che nel mondo contemporaneo dovrà essere difesa sino in fondo.

E, con la terza Repubblica, è tornata la politica e la sua centralità. Il motore di questa sana innovazione si chiama Matteo Renzi: c’è una lunga strada da fare davanti a lui. E starà proprio a lui percorrerla o meno. La struttura caratteriale c’è. C’è l’inesorabile cinismo che l’ha spinto a giubilare Letta e gran parte del giro della Leopolda. Il caso Reggi, per esempio, è esemplare: indispensabile braccio destro prima, poi scomparso nelle sabbia mobili, ora tornato alla ribalta come direttore generale del demanio (luogo cruciale per le future politiche di stabilizzazione) a dispetto del divieto (per un anno) di passare dal governo all’Amministrazione. Ma nello staff di Renzi non si conoscono le leggi o, come si dice a Roma, «se ne sbattono».

C’è una self-confidence smisurata, pari a un ego ipertrofico e onnivoro. Ma c’è anche un senso politico che lo pone al centro degli schieramenti, dei dibattiti, delle idee. Se guardiamo alla storia d’Italia solo un uomo ha avuto questo complesso di doti, insieme a tragici difetti: Benito Mussolini. I difetti di Renzi li scopriremo nel tempo e, speriamo, non nel modo drammatico che abbiamo conosciuto con l’uomo di Predappio. 

Un’ultima annotazione. Il crepuscolare convegno dei grillini, un monumento all’onanismo, si caratterizza per due affermazioni del ricco comico genovese: «chiuderemo il Parlamento» e, «la sinistra è la peste rossa» (quest’ultima ripresa da Mein Kampf e dai discorsi di Geobbels e di Himmler). E per uno sciacallaggio: quello su Genova (clamorosa la mancata presenza di Grillo) e sulle sue disgrazie.




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