6 feb 2015

Un commento al nuovo articolo di Domenico Cacopardo

INESORABILI CONSEGUENZE

La storia della Repubblica, non si può negarlo, è entrata in una nuova fase. Siamo ancora nel guado, naturalmente, ma molti dei massi che impedivano di procedere sono stati rimossi, a sinistra e a destra.
A sinistra, nel Pd, la «vis» contestativa delle varie minoranze è stata congelata: con la candidatura e l’elezione di Sergio Mattarella, sono finiti i mal di pancia, ma è anche terminata la prospettiva politica dei tanti nani che gonfiavano il petto contro Matteo Renzi. Penso a Civati, a Fassina e ai loro seguaci, più rane da Batracomachia (le rane sono note per il gracidio) che attori politici, anche se da strapazzo. Il vento gonfia le vele di Renzi e lo conduce sulla rotta che ha scelto, quella del rinnovamento, orale e sostanziale, e delle riforme. È possibile che, presto, quella gente torni a mugugnare, ma dovrebbe avere percepito chiaramente che non ha prospettive e che la sponda greca di Siriza è inesistente.
La Bce, sospendendo la negoziazione dei titoli delle banche di quel Paese, ha indicato, senza ombra di equivoci, che non ci sono strade alternative a una ragionevole austerità. A meno che Tsipras non intenda uscire dall’euro e affrontare la difficile navigazione in mare aperto con l’aiuto peloso della Russia di Putin.
Nel giro di boa compiuto con l’elezione di Mattarella, s’è aperto un campo di gara nuovo e inesplorato: la coesistenza con un consapevole tutore della Costituzione, dei suoi valori e delle sue procedure, non condizionato dal para-leninismo di Napolitano che anteponeva il «nobile» fine alle regole. Un tutore che, con garbo e senza tambureggiamenti, incanalerà le iniziative in corso e quelle prossime nei binari della più trasparente correttezza istituzionale.
Passata la sbornia da successo (un successo, l’elezione del presidente, vero e grande), Renzi, la Boschi e Del Rio si renderanno conto che il difficile non sarà rappresentato dalle bizze di Berlusconi, Alfano e minoranze Pd, ma dalla necessità di una rigorosa produzione legislativa, alla quale sono del tutto impreparati per proprie e altrui deficienze.
Non succederà nulla di eclatante, solo un consistente aggiustamento del modo di lavorare, nel quale forme e contenuti avranno il medesimo peso e conteranno di più. A garanzia che ciò che si andrà a decidere sarà meno effimero e dilettantesco di quanto già deciso.
È questo lo specifico contributo che Mattarella al Quirinale darà al Paese.
A destra, il declino prima e l’avvitamento ora della «leadership» Berlusconi sono di tutta evidenza. Il problema c’è sempre stato da quando, nell’autunno del 1993, annunciò la propria discesa in campo, con l’impegno di liberare l’Italia da «lacci e lacciuoli», trasformandola in una democrazia liberale compiuta. Abbiamo visto com’è andata a finire.
Ora, purtroppo, non si scorge all’orizzonte chi possa assumersi l’onere di costruire un partito liberal-conservatore definendo una prospettiva europea ed europeista.
Per il momento, a destra, rimangono protagonisti la Lega di Salvini, capace di convogliare e galvanizzare gran parte dello scontento del Nord (e di altrove), e Grillo coi suoi grillini, alle prese, però con una questione vitale: la specchiata onestà del presidente Mattarella, scelto da questo disprezzatissimo (da loro) Parlamento, è percepita da tutti gli italiani e impedisce i soliti ritornelli nihilisti in cui il Movimento a 5 Stelle s’è specializzato. Li abbiamo visti già e li vediamo i vari yuppini alla Di Maio pronti a fare il passo, l’unico passo cui pensano sin dal giorno dell’adesione al partito: entrare nel sistema e scalarlo come ogni rispettabile carrierista politico di ogni rispettabile paese democratico.
Alfano, suicida politico, non ha alcuna autonomia sostanziale: o si arrende e si allea con il perdente Berlusconi per le elezioni regionali o si arrende e si presenta con Casini, consapevole che sarà difficile ottenere qualche seggio in qualche regione del Sud, di quelle in cui la catena della clientela exdemocristiana funziona ancora. Nel frattempo, la strada obbligata è quella di lavorare lealmente nel governo, con la coscienza che da un momento all’altro può accadere l’evento che metterà fine alla sua carriera politica.
Perciò, Renzi andrà avanti, baldanzoso come sempre, sotto la vigile e ferma attenzione di un garante che non garantirà, come nello scorso anno, solo lui, ma tutti gli italiani.


Sempre lucide le analisi di Domenico Cacopardo che, malgrado la sua approvazione sul metodo delle riforme renziane, pone parecchi dubbi sulla rigorosa futura produzione legislativa, per la quale sottolinea “il Premier ed i componenti del suo governo risultano del tutto impreparati per proprie e altrui deficienze”.

I risultati della politica odierna del nostro Paese si leggeranno fra qualche anno. Nel frattempo una destra si spegne, ma... come tutti possiamo intuire..a volte è quasi naturale scomparire per rinascere più forti ed io credo che il Paese sia destinato ad andare più a destra che a sinistra. Non che ne sia particolarmente contento..ma la storia ce lo ha insegnato ..la destra è spesso vincente nel nostro Paese.. anche perchè nel suo pensiero liberista si racchiude la teoria economica, filosofica e politica che prevede la libera iniziativa e il libero mercato che col valore supremo del denaro, sembra vincere sempre su un'equità sociale. Comunque...quando una posizione politica muore..ne risorge un'altra che potrebbe essere più forte della precedente.

Tuttavia, per quanto concerne la Grecia..non possiamo tralasciare la profonda problematica economica finanziaria che potrebbe leggersi in modi differenti.
Pier Luigi Magnaschi su Italia Oggi scrive qualcosa di interessante per rendere più misurata la faccenda ellenica :
È vero però che la Grecia ha sulle spalle un debito insostenibile. Ed è vero che gli interessi e i rimborsi su questo debito sono diventati troppo onerosi. Per uscire dalla strettoia, bisogna ridurre il fardello del debito (allungandone il tempo di restituzione e riducendo gli interessi a carico della Grecia) ma è anche vero, come ha detto il ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schaeuble che «Le cause della crisi rimangono in Grecia ed è qui che esse debbono essere rimosse» mentre è in corso l’aiuto, comunitario da una parte (Bce e Commissione) e internazionale dall’altro (Fmi). La decisione di ieri l’altro di Draghi di «non accettare più i titoli sovrani greci come garanzia in cambio di liquidità» è stata quindi un segnale inequivocabile e chiarificatore.
Il problema Grecia (ma non solo) esiste. Esso può essere affrontato con il concorso di tutti ma anche con l’adesione della Grecia che non può certo essere umiliata ma non può nemmeno fare la voce grossa
Da questo punto di vista la posizione di Renzi è stata molto chiara. Il premier italiano ha infatti detto che la decisione della Bce è stata «una decisione legittima, che mette tutti i soggetti attorno a un tavolo in un confronto diretto e mi auguro positivo». Il premier italiano non si è rifugiato nella
demagogia buonista anche perché sa che l’Italia ha erogato alla Grecia un soccorso di 43 miliardi (ai tempi di Monti) e non sarebbe bello apprendere che, per far contento Tsipras, questo enorme malloppo se ne andasse in fumoAiutati che il ciel ti aiuta», hanno insomma detto alla Grecia i leader dei paesi europei che sono pronti a collaborare ma che chiedono, ad esempio, che la risibile pressione fiscale al 34% sia alzata, nel tempo, almeno di dieci punti, che il piano di privatizzazioni prosegua, che la corruzione venga ridotta, che le assunzioni clientelari cessino e così via..

Io credo che il problema Grecia... per far sì che non possa allargarsi su altri Paesi della Comunità, dovrebbe essere affrontato con estremo equilibrio, poiché rientra in una concezione globale di una strada che l'Europa pare da tempo persegue e cioè quella di mettere alle strette i Paesi che da canto loro non potranno mai avere una via d'uscita (crescita/debito). La mentalità è simile a quella che impongono gli Istituti di credito quando mettono alle strette un imprenditore che, ormai indebitato, potrebbe salvarsi solo finanziando un progetto valido a lungo termine e non offrendo ulteriori linee di credito da restituire in tempi stretti e tassi irragionevoli.
L'equilibrio non spicca certamente in una Comunità europea dove una Troika la fa da padrona e dove tutto si valuta solo in termini di interessi finanziari.

vincenzo cacopardo

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