6 mag 2015

una risposta al nuovo editoriale di Domenico Cacopardo sull'Italicum

Il peggio l'abbiamo visto ..o lo vedremo?
La visione meramente giornalistica del cugino Domenico si risolve in direzione di un fine sostanzialmente pragmatico, non soffermandosi sulla profonda essenza di una legge elettorale che, combinata assieme alle riforme costituzionali, costituisce l'imprigionamento evidente di un sistema che...se ben simulato, finge di espimersi secondo regole democratiche.
Domenico Cacopardo nel suo editoriale riporta questa storica fase di cambiamento del sistema edulcorandola con la solita enfasi di chi pensa che qualsiasi trasformazione possa dare un indispensabile colpo di avvio e di ripartenza ad un impianto istituzionale vecchio, ma pare non accorgersi di quanto tutto ciò, fin troppo costrittivo, obbligante e reso con premura, potrebbe pesare per il futuro di una politica che avrebbe dovuto essere resa più funzionale e non semplificativa.
Certo adesso al Senato l'aria cambierà e non sarà certamente facile per Renzi affrontare i nuovi disegni di un cambiamento tanto falso, quanto frettoloso e dispotico.
Nessuno come me.. ha alcuna intenzione di mettere a paragone il sistema voluto da Renzi a quello del periodo fascista..(sarebbe oggi ridicolo pensarlo..per via di una mentalità e di una logica sociale odierna ben diversa), ma un certo “autoritarismo” nei disegni e nelle strategie è di certo comprovato.
La lettura è ormai chiara e difficilmente contestabile: Avendo una forte premura per volontà richiesta dalla Comunità europea e non avendo nuove idee in proposito, si è scelto di condannare un modello di democrazia umiliando il sistema istituzionale. Ma quello che più fa specie e colpisce è..il pretendere di rappresentare questo subdolo cambiamento nel quadro dei principi costituzionali di una vera democrazia....Nessuno oggi sembra in grado di percepire le reazioni che si scateneranno in seguito a questo tipo di riforme che costringono, anche se non nell'immediato, ad un effetto di insofferenza il pensiero politico di base che dovrebbe rendersi più libero.
Se da questo punto di vista il consigliere Cacopardo.. alto magistrato in pensione con notevole curriculum in ambito politico amministrativo, preferisce sottovalutare l'importanza dei principi fondamentali di una democrazia.. pensando in modo renziano unicamente al senso spedito di un qualsiasi percorso...ce ne faremo una ragione..
vincenzo cacopardo


Con l'Italicum parte la terza repubblica
È molto probabile che gli storici, quando racconteranno questi anni, fisseranno nel 4 maggio 2015 il giorno del passaggio dalla seconda alla terza Repubblica. Perché è con l’approvazione dell’«Italicum» che cambiano i termini politici e istituzionali. Il Paese ora può accingersi a completare le riforme con la determinazione che ha caratterizzato il governo Renzi.
Certo, ogni riforma sarà la tappa di un percorso di guerra ricco di imboscate soprattutto interne al Pd, le cui minoranze, asfaltate il 4, tenteranno una rivincita nell’aula del Senato, dove i numeri sono meno solidi della Camera. Il massimo dell’irresponsabilità politica. Il massimo del «particulare» a scapito del generale. Tutto giocato per non perdere quel poco peso e potere che ancora rimane in capo alle ultime raffiche di un tempo che fu, nel quale il partito, cioè il Pci, governava in modo monolitico un ampio blocco sociale ed economico.
Il paradosso che qualche storico coglierà è che il vento di questi mesi ha portato con sé la Nemesi, la dea della vendetta (politica), giacché le riforme in corso di approvazione sono, in sostanza, simili a quelle che aveva prospettato Bettino Craxi, demonizzato da quegli apparati (comunisti e democristiani) che nell’immobilità della Repubblica prosperavano e hanno continuato poi a prosperare.
Certo, aveva ragione Bersani: «60 voti contrari sono un dato politico.» Aveva torto, però, a pensare a un’affermazione per la minoranza del Pd: erano, invece, l’attestazione che, anche in una votazione segreta, non sostenuta dalla fiducia, il governo aveva e ha la maggioranza in Parlamento e nel Pd.
Il «premier» è un politico puro di livello, come pochi nella storia d’Italia, e saprà utilizzare le debolezze di uno schieramento interno ed esterno diviso e, spesso, autolesionista.
Gli mancherà la sponda Berlusconi: la messa in vendita del Milan e le operazioni sul controllo di Mediaset dicono che un’era è terminata e che l’excavaliere avrà spazi residuali e capacità di manovra quasi uguali a zero. E dire che l’aveva indovinata, sottoscrivendo il Patto del Nazareno e ottenendo un ruolo di primo piano nel processo riformista. L’ultima «chanche» s’è spenta come una fiammella per un colpo di vento.
A Renzi non resta quindi che lavorare sui transfughi e sulle decine di parlamentari senza patria e senza padrone. Sono tanti e possono tenere al sicuro la maggioranza di governo, a meno che anche loro non si aggrappino ai soliti ricatti cercando di imporre un prezzo più o meno pesante.
C’è un anno per vivere e sopravvivere: l’anno che ci separa dal 1° luglio 2016, giorno in cui si potrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Entro questa data, deve assolutamente essere completata la riforma del Senato permettendo al «sistema» di entrare in funzione.
Il Paese è cambiato nella sostanza, prima ancora che Renzi ne assumesse il governo. Renzi stesso è il prodotto del mutamento. Di fronte a lui le minoranze Pd, il fantasma Sel, le formazioni di destra e i 5 Stelle usano un armamentario comunicativo obsoleto, destinato a ceti minoritari.
Solo storicizzando l’accaduto, si può percepirne la novità culturale, la visione contemporanea e «on the road» del processo riformista e della sua necessità, nonostante le imperfezioni: andiamo, comunque, verso un «meglio».
Il peggio l’abbiamo già visto.
Domenico Cacopardo




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