8 lug 2015

L'analisi di domenico Cacopardo dopo il referendum in Grecia


Non c’è nulla da festeggiare, dopo l’esito del referendum greco.
Non hanno nulla da festeggiare i greci che iniziano un percorso drammatico, che li condurrà in un terreno ignoto molto simile a Weimar e a Caracas.
Non hanno nulla da festeggiare gli italiani perché quanto sta accadendo al di là dell’Adriatico rende più fragile la situazione del bel Paese, il cui debito è destinato a lievitare per effetto della inevitabile crescita degli interessi.
Non hanno nulla da festeggiare gli altri europei, nel momento in cui la crisi scuote l’Europa dei bottegai e dei miopi che ha privilegiato le idee degli ottusi burocrati di Bruxelles rispetto all’ispirazione originaria e unitaria, mai come ora discussa e discutibile.
Non hanno nulla da festeggiare Angela Merkel e il suo fido Sancho Pancha Hollande, visto che la diarchia dichiara fallimento di fronte al mondo, dopo però avere dissipato troppe decine di miliardi di euro in interventi tardivi, in prescrizioni inapplicabili, in incertezze ingiustificate.
Gli sciocchi –già proprio di sciocchi incapaci di interpretare i dati della realtà e di vedere dove sta l’interesse nazionale- che esultano a Roma o ad Atene, dove si sono recati in tragica trasferta-, esaltano la democraticità del metodo del referendum. Ma noi, noi italiani, dobbiamo, invece, contestare che 1.300.000 greci (la differenza tra no e sì) possano avere deciso per 340.000.000 di cittadini dell’eurogruppo. E dobbiamo ricordare che un referendum come quello celebrato ad Atene non è l’esaltazione della democrazia ma della demagogia, visto che si è scritto «no» alla domanda «sangue e lacrime». Troppo facile. Troppo populista. Troppo irresponsabile.
Rimane sul terreno dello scontro Mario Draghi: la sua corretta idea d’Europa cade per l’assenza dell’Europa e, anche nel suo caso, è difficile prevedere cosa accadrà.
Difficilmente, però, l’eurogruppo potrà fare marcia indietro. Ma, nel tenere fermo il proprio punto, dovrà pensare al futuro immediato: il deragliamento della Grecia non deve diventare deragliamento generale.
Deve quindi tornare la politica. Ed è questo il difficile, in tempi di nani come Merkel, Hollande, Renzi e Rajoy. Mediare tra gli interessi (divergenti) degli europei sarà difficile.
Ed è l’idea d’Europa che può salvarci, non i contabili di «Le Berlaymont» (sede dell’Unione). E il ritorno a Delors: i 30 miliardi di Junker fanno ridere e piangere. Occorre partire con un programma di almeno 300 miliardi di euro per dare alle economie europee quella spinta che serve per riprendere il cammino, creando occupazione e benessere.
Non c’è da essere ottimisti, certo. Ma i greci sono già nell’inferno.

Domenico Cacopardo

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